Quando l’assenza dal lavoro può portare al licenziamento: l’indennità di malattia

L’indennità di malattia consente di assentarsi dal luogo di lavoro per un massimo di 180 giorni. Superando tale lasso di tempo si rischia il licenziamento?

Superare il periodo previsto dalla Legge di assenza dal posto di lavoro per malattia può avere delle conseguenze. Scopriamo quali sono.

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L’indennità di malattia è una prestazione che il lavoratore può richiedere nel momento in cui non può recarsi a lavoro a causa di una malattia. L’indennizzo viene erogato dall’INPS e consente al dipendente di continuare a ricevere lo stipendio durante il periodo di assenza giustificata. Possono richiedere la misura gli operai del settore dell’industria e del settore terziario, i lavoratori dell’agricoltura, gli apprendisti, i disoccupati, i lavoratori sospesi dal lavoro, i lavoratori dello spettacolo, i marittimi e gli iscritti alla gestione separata. L’importo spettante è pari al 50% della retribuzione media giornaliera per i primi 20 giorni e al 66,6% per i giorni seguenti o in caso di ricaduta. L’erogazione della prestazione avviene per un massimo di 180 giorni di assenza dal luogo di lavoro. Superando tale lasso temporale si rischiano pesanti conseguenze come la sospensione dello stipendio o il licenziamento.

Indennità di malattia, attenzione al limite!

Superati i sei mesi di erogazione dell’indennizzo nell’anno solare, l’INPS non pagherà più la malattia. Il datore di lavoro, inoltre, ha la possibilità di recedere unilateralmente dal contratto che lo lega al dipendente che non si reca al lavoro da molto tempo. Si tratta del diritto al licenziamento per malattia. I 180 giorni di assenza non devono essere necessariamente consecutivi ma l’importante è non superarli. Il riferimento, come già detto, è all’anno solare. Ciò significa che il 1° gennaio del nuovo anno i conti ripartono da zero. Pur avendo usufruito di una parte dei giorni nel 2022, ad esempio, dal primo giorno del 2023 il lavoratore avrà nuovamente 6 mesi di assenza indennizzabili.

Il limite citato riguarda il periodo temporale in cui si ha diritto alla malattia retribuita. Oltre i 180 giorni la malattia potrà continuare ma il lavoratore non riceverà lo stipendio. Il licenziamento può scattare unicamente in seguito al superamento del periodo di comporto. La Legge, nello specifico, consente al dipendente di conservare il posto di lavoro a meno che la malattia provochi uno scarso rendimento e, dunque, un danno all’azienda o si superi il citato periodo di comporto.

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Quando dura il periodo di comporto

Il periodo di comporto non coincide con i sei mesi indennizzati dall’INPS ma è stabilito nel Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. Solitamente, maggiore è l’anzianità di servizio o il ruolo ricoperto maggiore sarà il numero di giorni a disposizione per malattia prima di arrivare al licenziamento. Per gli impiegati, ad esempio, il periodo corrisponde a tre mesi per un’anzianità di servizio inferiore a 10 anni e a 6 mesi con anzianità di servizio superiore a 10 anni.