Inviare le proprie foto su chat social, specie a sconosciuti, può essere estremamente pericoloso. Lo spiega anche la Corte di Cassazione.

Trappola chat social

Probabilmente nessuno ha mai quantificato le immagini inviate tramite social e app di messaggeria istantanea. A voler fare un calcolo ipotetico, probabilmente, quasi ognuno di noi sfiorerebbe cifre a parecchi zeri, bilanciando fra chi utilizza maggiormente i social e chi ne fa un uso relativo. A questo punto viene da chiedersi se si tratta realmente di un gesto innocuo come possa effettivamente sembrare, oppure se, come tante altre funzioni consentite dalle piattaforme web, possono anch’esse essere soggette a qualche rischio.

Una risposta quasi scontata. Come tanti altri contenuti veicolati attraverso i mezzi di interazione online, anche le immagini scoprono il fianco a potenziali intromissioni. O peggio, a vere e proprie attività di lesione nei confronti di altre persone, facendo leva sulla diffusione di immagini che, una volta avviata da una semplice condivisione social, diventa non sempre consapevolmente di pubblico dominio.

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Foto via web, la trappola è dietro l’angolo: perché la prudenza è fondamentale

Le varie impostazioni sulla privacy, infatti, non sempre vengono applicate dagli utenti in modo corretto. In alcuni casi, la poca dimestichezza tecnica con tali mezzi fa sì che la protezione dei dati sia il più delle volte approssimativa. Anche la tendenza a sfruttare le potenzialità dei social fa “peccare” di prudenza in alcuni casi, non tenendo realmente conto dei possibili rischi corsi da un’eccessiva diffusione dei nostri contenuti sul web. Un trend che, in alcuni casi particolarmente sfortunati, ha prodotto effetti deleteri. Ad esempio reati di stalking e molestie.

C’è un caso, in particolare, trattato recentemente dalla Cassazione che ha emesso una condanna per violenza sessuale nei confronti di minore. Il condannato, era astato accusato di aver costretto una ragazza a mandargli foto a contenuto sessuale, dopo averle a sua volta inviato dei contenuti considerati pedopornografici. In sostanza, la Corte stabiliva che il reato di violenza potesse prodursi anche senza contatto fisico, parlando del possibile sfruttamento della fragilità emotiva delle vittime. A riprova di come la prudenza nell’interazione sui socia con degli sconosciuti sia una regola base. Così come le azioni di tutela.