Le associazioni di categoria tuonano contro il calcolo applicato alle perdite di fatturato. Qualche esempio di quanto previsto dal Sostegni.

Partite Iva Sostegni
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Fatto il Decreto, ora bisogna decretare. E non è detto che alla fine si arrivi al tutti felici e contenti. Anzi, da stare allegri non c’è proprio niente, sostegni o non sostegni. Gli esperti non indicano ancora una possibile uscita dal tunnel della pandemia, le misure di emergenza restano tali e, soprattutto, è estremamente complicato, ora come ora, tracciare una possibile strategia di ripresa. Con l’attesissimo Decreto Sostegni, si è cercato di imprimere una svolta. O, perlomeno, un viatico al traghettamento durante la tempesta. Che la manovra da 32 miliardi dovrà quantomeno garantire.

Il problema, è che i sostegni promessi dovranno arrivare a destinazione. Una volta che questo sarà avvenuto, si potranno iniziare a tirare le prime somme e soprattutto a pianificare più a lungo termine. Nella speranza che non subentrino ulteriori spauracchi per le tasche degli italiani, come la tassa patrimoniale. Ma visto che fasciarsi il capo prima di romperselo non è mai cosa buona, più orecchio va prestato a coloro che, prendendo atto delle misure previste, intravedono una beffa all’orizzonte.

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Il Dl prometteva (e promette) molto alle Partite Iva. Gli autonomi, rimasti in parte fuori dai decreti precedenti, attendevano dal Sostegni una potenza di fuoco, in grado di includere nei ristori tutte le categorie di lavoratori. In alcuni casi persino indipendentemente dal reddito e soprattutto non seguendo più la logica dei codici Ateco. Al momento di conoscere l’entità del sostegno, tuttavia, qualcosa non è andato per il verso giusto. E c’è già chi parla di mini-sostegno in favore degli autonomi, per i quali pesa soprattutto il calcolo medio. Il quale, al momento, parla di una media di 1.000 euro a compensazione di un calo di fatturato importante, considerando che si tratta di un anno intero.

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Il rischio, serissimo, è che in arrivo vi sia una replica di quanto visto finora. Come ricordato dal  presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, “passeranno almeno quattro mesi prima di ricevere le somme, seppure esigue. E in quattro mesi di chiusure, totali o a singhiozzo, decorrono affitti utenze e costi fissi“. Il problema in questo caso sta a monte: la proporzione degli aiuti fra pandemia (2020) e pre-pandemia (2019), calcolata in base al fatturato perso, mette a referto sì dei sostegni ma particolarmente esigui rispetto a quanto ci si aspetterebbe.

C’è da dire che, rispetto ad alcuni decreti precedenti, il Sostegni non è stato anticipato da termini troppo enfatici. E questo, già nei momenti pre-annuncio, poteva essere considerato come un’arma a doppio taglio. Visto che gli aiuti non sono ancora stati concretamente messi in circolo (i primi 11 miliardi verranno immessi ad aprile), ci si affida ai calcoli. Considerando il contributo a fondo perduto, che viene calcolato in base a una perdita non annuale ma mensile, il governo ha previsto aiuti da un 20% per i fatturati elevati al 60% per quelli più contenuti.

Qualche esempio

Se si parla di un’attività piccola, come può essere un bar senza dipendenti, sulla base di un fatturato dimezzato (esempio 50 mila euro dai 100 mila del 2019), la perdita verrebbe di fatto “spalmata” sui dodici mesi. Non entrerà quindi il 60% ma un contributo di 2.500 euro circa, quindi il 5% della perdita complessiva. Peggio ancora andrebbe a un’attività con un dipendente. Applicando le stesse proporzioni, su una presunta perdita di 90 mila euro da un anno all’altro, ad esempio 300 mila dai vecchi 390, come sostegno si riceverà poco meno di 4 mila euro.

Un ultimo esempio, giusto per completezza, può essere fatto con un’azienda da qualche decina di dipendenti. Per la quale, naturalmente, si parla di fatturato in milioni di euro. Alla quale andrebbe un sostegno proporzionato con i suddetti calcoli pur tenendo in carico i dipendenti. Lapidario il commento di Confesercenti, che definisce il tutto “una scarsità di risorse inaccettabile” poiché “sommando tutti i ristori, un’attività che fatturava 100mila euro nel 2019 e ne ha persi 80mila nel 2020 otterrà in tutto tra i 6 e i 7mila euro“. La strada è ancora lunga.