Una notte d’argilla e pelle d’oca a Parigi: cori che salgono in coro, braccia pesanti, testa lucida. In mezzo, un romano che non molla e si guadagna ogni centimetro. Il pubblico canta “po po po po” e sembra dire: oggi sei uno di noi.
Il campo vibra ancora. L’eco dei colpi rimbalza sulle gradinate del Roland Garros, mescolata a quel canto semplice, ossessivo, che spinge e consola. Matteo Berrettini cammina piano verso la panchina. Ha 30 anni, è n. 105 del ranking, e non ha tempo per il romanticismo. Ha tempo per respirare. Perché certe partite non si vincono. Si attraversano.
C’è una scena che resta: asciugamano sul volto, serve-and-forehand che riprende ritmo, sguardo basso e poi alto. È il suo modo di ricostruirsi punto dopo punto. Contro il tabù della terra battuta. Contro il calendario che gli ha tolto mesi e fiducia. Contro i pensieri che entrano quando il match si allunga e il braccio trema.
Ha funzionato? Sì. Proprio quando la fatica chiedeva il conto.
Resistenza, colpi, lucidità
La partita si è allungata oltre il previsto. Scambi duri, turni di servizio protetti, game che si incastrano come mattoni. Berrettini ha scelto la via più semplice e più difficile: tenere il servizio, cercare il campo con il dritto, accettare la sofferenza. Pochi fronzoli, tanta sostanza. Ha alzato il margine nei momenti caldi. Ha gestito i passaggi stretti con piedi attivi e idee chiare. Nei game lunghi si è visto il lavoro: routine, respiro, esecuzione. Se cerchi la differenza, sta qui.
E qui sta anche il centro della serata: quello che, secondo i dati diffusi a fine incontro, è stato il match più lungo della sua carriera. Un’ora dopo l’altra, un set dopo l’altro, fino all’urlo. Vittoria, braccia al cielo, e biglietto per gli ottavi. Non sono solo due righe nel tabellone. Sono una traiettoria che risale.
Il significato sportivo (e umano)
Prendiamola larga. Berrettini è il finalista di Wimbledon 2021, semifinalista agli US Open 2019 e all’Australian Open 2022. Uno che ha riportato l’Italia a sognare nei Grand Slam. Poi gli stop, gli infortuni, la classifica che scende, la domanda che punge: “Tornerò quello di prima?”. Oggi la risposta non è uno slogan. È un risultato concreto, costruito in una sera umida di Parigi.
Gli ottavi in questo contesto pesano. Non solo per i punti, che rimettono in moto il ranking, ma per l’immagine: il corpo tiene, la testa guida, il repertorio regge anche sulla terra. C’è un messaggio trasparente: se Matteo arriva fresco, se il servizio apre il campo e il dritto trova profondità, può ancora giocarsela con tutti. Il pubblico l’ha capito. Quel “po po po po” non è folclore. È fiducia che passa dalla tribuna al campo e ritorno.
Dettagli che parlano: la gestione dei cambi di lato senza disperdere energie; la scelta di rischiare sulla seconda quando serviva togliere aria all’avversario; la freddezza nei game che decidevano l’inerzia. Non sono scintille casuali. Sono tasselli di una identità ritrovata.
Cosa resta, dopo? L’immagine di un atleta che esce dal campo lento, quasi a non voler rompere il silenzio nuovo dentro di sé. Gli ottavi sono un traguardo e un inizio. La notte di Parigi si richiude piano. Ma quel coro resta in testa. E fa una domanda semplice: se il viaggio riparte da qui, quanto lontano può arrivare ancora Matteo Berrettini?