I servizi di Striscia la Notizia continuano a rivelare inquietanti verità. L’ultima inchiesta ha come protagonista il pesce spada e le modalità di pesca messe in atto.

pesce spada
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Viviamo in un’era in cui l’attenzione all’ambiente sta acquisendo sempre più importanza. Il rispetto per le biodiversità, la tutela dei mari, la diminuzione di emissioni inquinanti sono obiettivi che i principali governi del mondo intendono perseguire per cercare di non minare più la salute del nostro pianeta. Nonostante le direttive generali, è possibile trovare chi ancora non ha capito l’importanza del proposito e illegalmente mette in atto comportamenti che feriscono il territorio. Striscia al Notizia ha svelato una verità allarmante in relazione alla pesca del pesce spada.

L’inchiesta di Striscia la Notizia

Max Laudadio è l’inviato di Striscia la Notizia che si sta occupando di informare tutti noi cittadini delle modalità illegali di pesca utilizzate da alcuni pescatori. Dopo il servizio sul tonno rosso Bluefin Tuna, è la volta del pesce spada e della denuncia dei metodi illegali messi in atto durante la pesca. Quella che dovrebbe essere un’operazione sostenibile crea, in effetti, rischi per la biodiversità e la reperibilità del pesce spada.

Il prodotto ittico in questione subisce – a detta del presidente di Sea Sheperd Andrea Morello – “i metodi della pesca illegale“. Enormi reti catturano tutti i pesce spada presenti nella zona di pesca e questa è una chiara violazione delle direttive generali. In alcuni territori, ormai, non si trova più questo prodotto a causa delle reti che Striscia la Notizia chiama “muri della morte”. Chilometri e chilometri di trappole illegali che fanno sparire intere specie dal mare.

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Da 30 anni la pesca legale è una piaga d’Italia

La denuncia di Striscia la Notizia prima in relazione al tonno rosso poi in relazione al pesce spada riporta l’ennesima violazione che si registra in Italia da ormai troppi anni. Oceana rivela come la pesca illegale attuata con enormi reti è una piaga che colpisce la penisola da più di 30 anni. Questo metodo è distruttivo per i cetacei, i pelagici e le tartarughe e danneggia gravemente tutta la pesca tradizionale, soprattutto quella effettuata in Sicilia e Calabria. Finora l’Italia ha negato la situazione davanti all’Unione Europea ma, ora, dopo che la questione è stata nuovamente portata a galla si spera che vengano attivate delle procedure di controllo che sanzionino coloro che si macchiano del reato.