La discussione in Parlamento avrebbe aperto le porte a una soluzione di compromesso sui licenziamenti: si ragiona di settore in settore.

Blocco licenziamenti

Foto © AdobeStock

La discussione in atto in Parlamento è solo l’ultimo capitolo di una questione che va avanti da mesi. Almeno da quando l’avvento del vaccino anti-Covid ha aperto una delle strade più concrete per quanto riguarda l’uscita dalla pandemia. Il blocco dei licenziamenti è un tema caldo, che ha animato il dibattito politico fin dall’inizio dell’emergenza. E che, dopo mesi di accordo, rischia ora di creare una discrepanza fra ripresa e perdurare dello stato di crisi. La fine del blocco disposto dal governo all’aggravarsi dell’emergenza sanitaria, rischia di aprire le porte a una serie di licenziamenti finora sospesi, proprio per il perdurare delle difficoltà economiche di molte imprese.

Per questo, fra chi chiede un prolungamento della misura e chi lo sblocco per far sì che le aziende seguano il loro corso, sarebbe allo studio una soluzione di compromesso. In poche parole, il governo potrebbe decidere di limitare il blocco dei licenziamenti esclusivamente a quelle imprese in difficoltà tale da rendere estremamente plausibile la riduzione del personale. In sostanza, un blocco ad hoc per determinati settori anziché una misura unica per tutto il comparto lavorativo. Un programma complesso che, se da una parte limiterebbe la cifra monstre di 70 mila posti di lavoro a rischio, dall’altra andrebbe probabilmente a gravare ulteriormente su imprese ancora in sella per il rotto della cuffia.

LEGGI ANCHE >>> Lavoratore in malattia per depressione: quando rischia il licenziamento

Blocco dei licenziamenti, la soluzione di mezzo: c’è chi rischia di rimetterci

L’idea di fondo sarebbe quella di tamponare l’emergenza laddove ancora sia tale da mettere a rischio il posto di lavoro dei dipendenti. Resta comunque il fatto che una soluzione del genere imporrebbe degli strumenti ad hoc anche per sostenere la ripartenza delle imprese rientranti nel provvedimento, così da non creare uno stallo. D’altro canto, come ricordato da alcuni fronti, prolungare il blocco in un periodo di ripresa significherebbe limitare le strategie per il futuro. E, soprattutto, intervenire sui diritti di proprietà in un periodo non di pienissima emergenza. Difficile, comunque, che si materializzino le condizioni per una proroga, già quasi del tutto esclusa alla fine del mese di maggio.

LEGGI ANCHE >>> Blocco licenziamenti, niente proroga: torna l’incubo per i lavoratori

La soluzione di compromesso, quindi, non sta trovando grossi sponsor. Anche perché, con la ripartenza, la domanda di lavoro inizia anch’essa a crescere di nuovo (560 mila opportunità nel solo mese di giugno). Inoltre, a fronte di un’occupazione già duramente messa alla prova, un prolungamento del blocco rischierebbe di mettere in ulteriore difficoltà chi già versava in condizioni complicate. I cosiddetti lavoratori “fragili”, giovani e donne più di tutti. Inoltre, almeno sulla carta, la fine del blocco dei licenziamenti dovrebbe coincidere con lo sprint delle politiche attive per il lavoro, oltre che dell’entrata in vigore degli ammortizzatori previsti per far fronte alla crisi. La normalità esige, a quanto pare, tutti i suoi dettagli.