Leader dei Conservatori, ex falco della Brexit ed ex sindaco di Londra. Ma il passaggio a Downing Street sembra aver modificato le entrate del premier Johnson.

Boris Johnson
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E’ stato l’uomo della Brexit, perché forse l’unico dei leader Tory a volerla realmente in un certo modo. Anzi, nell’unico modo possibile. La tripla bocciatura incassata da Theresa May al momento di presentare il suo programma di uscita dall’Unione europea aveva detto molto sulle intenzioni dei britannici. Se Brexit doveva essere, era necessario che fosse rigida su alcuni punti e più ben disposta su altri. Alla fine si è optato per una via di mezzo, con alcuni nodi sciolti solo all’ultimo e altri ancora sospesi in attesa che passi la tempesta del Covid-19. In tutto questo, la figura del premier Boris Johnson resta l’unica vera congiunzione fra i britannici e un accordo di uscita quasi più un’esasperazione che un obiettivo.

Chissà come andrebbe il referendum se dovesse essere riproposto oggi. Dopo l’ok all’accordo di Brexit, la Scozia ha già fatto sapere di voler mantenere una linea più europeista. Mentre l’Irlanda del Nord è rimasta sia nel mercato unico europeo che nell’unione doganale. Un ibrido che non ha convinto gli unionisti del Dup, decisivi all’epoca del voto anticipato voluto da Theresa May nel 2017 e sostenitori della Brexit nel suo rush finale, convinti che l’Ulster sarebbe infine rimasta più prossima al Regno Unito che all’Europa. Così non è stato, almeno secondo lo stato maggiore degli unionisti, che nelle scorse hanno sfiduciato la leader e premier Arlen Foster, condotta inevitabilmente alle dimissioni.

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Non sarà facile mantenere la rotta. Se si pensa che il castello stava per crollare sugli spazi di pesca attorno a Guernsey e Jersey, si può ragionevolmente credere che un’eventuale escalation di tensione a Derry possa fare parecchi danni. Il timore di un accordo sul fronte irlandese che vada a minare la stabilità pluri-ventennale del Good Friday Agreement resta viva in Irlanda del Nord. E la soluzione ibrida scelta per arrivare a dama con la Brexit ha già aperto la botola sotto l’ormai ex premier Foster. Sicuramente Johnson lo sa. Le tensioni interne sono forse il vero e più prossimo nemico della Brexit, anche nel caso in cui la Scozia dovesse davvero avanzare una nuova richiesta di IndyRef. Con parecchie possibilità in più di tirarsi fuori dall’Union Jack rispetto alla consultazione popolare del 2014.

Boris Johnson, dalla City alla leadership Tory: le cifre

Grattacapi che per Boris Johnson piovono assieme a un primo ritorno alla normalità dopo mesi di nuovo lockdown. Perché l’emergenza coronavirus continua a fare la parte del leone in un Regno Unito che le carte del dossier Brexit deve riordinarle per forza, nonostante l’emergenza sanitaria. Considerando i personaggi che sono passati da Downing Street e il fascino che esercita la porta del Numero 10, probabilmente la domanda sarà scaturita più di una volta. Qual è il compenso del primo ministro del Regno Unito?

Difficile fare paragoni coi tempi di Churchill e anche di Margaret Thatcher. Tempi diversi, diversi tassi di inflazione, anche se la moneta è rimasta la stessa di sempre, a dispetto di quanto accaduto sul continente. Il paradosso, per quanto riguarda Boris Johnson, è che l’aver ereditato il pacchetto lasciato sulla scrivania da Theresa May non sembra essergli convenuto in termini remunerativi.

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Attualmente, infatti, il premier guadagna 157.372 sterline l’anno, suddivise nelle 75.440 dello stipendio da primo ministro e nelle 81.932 del suo compenso da parlamentare. E va considerato che almeno 60 mila di queste finiscono in tasse. Prima di diventare premier, quello che percepiva (secondo AJ Bell) si attestava a oltre 800 mila sterline. Ora non ci arriverebbe quindi, nemmeno lontanamente. E neanche sommando i diritti d’autore dei suoi libri. Ma a quanto pare il gioco Brexit valeva la candela.