Conversazioni Whatsapp da centinaia di persone per segnalare la presenza di pattuglie in strada. Se capita di esservi inseriti, meglio uscirne al più presto.

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Si può arrivare a commettere un reato attraverso Whatsapp? O meglio, è possibile commetterne uno svolgendo una pratica ritenuta del tutto innocua come la partecipazione a un gruppo? Beh, a quanto pare si può. Dipende da quali siano le tematiche trattate dal gruppo e, soprattutto, le sue finalità. E questo per un motivo molto semplice: negli ultimi mesi, ossia da quando la logica della suddivisione cromatica delle regioni è stata adottata come strategia di arginamento del Covid, ha cominciato a spopolare un determinato tipo di gruppi su Whatsapp. Centinaia di persone come membri, che non si conoscono tra loro ma che hanno sostanzialmente lo stesso obiettivo: evitare di essere fermate ai posti di blocco.

Ecco cosa accade, ormai sempre più spesso, sulle semplici chat di Whatsapp. Mega-gruppi creati allo scopo di segnalare agli utenti dove si posizionano le pattuglie delle Forze dell’ordine e, di conseguenza, quali strade seguire per evitarle. Sembra niente ma, in realtà, l’incidenza sul traffico può essere ingente, specie se i gruppi in oggetto si riferiscono a determinate aree di grandi città. In questi casi, pur illudendoci di partecipare a un innocente conversazione su un social, potremmo andare incontro a qualcosa di perseguibile.

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Whatsapp, la trappola del mega-gruppo: cosa prevede la legge

Va detto che, quando ci si vede aggiunti in un gruppo di grandi proporzioni e composto da persone che non si conoscono, è sempre buona regola uscirne. Che si tratti di Whatsapp o Telegram, infatti, oltre al fastidio delle notifiche continue, si rischia di saturare la memoria dei telefoni visto che, come in questo caso, si procede all’invio continuo di vocali, posizioni, mappe e quant’altro può essere utile per evitare i controlli. Come detto, sembra una pratica all’apparenza innocente ma, considerando che può riguardare anche la circolazione delle merci, si rischia di incorrere nel reato di interruzione di pubblico servizio, previsto dall’art. 340 del Codice penale.

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Va detto che, in base alle normative vigenti, non ci sono precedenti specifici su questo tipo di infrazioni. Il provvedimento più utilizzato, per il momento, è quello della chiusura del gruppo e della denuncia dei partecipanti (è avvenuto per esempio a Canicattì, in provincia di Agrigento). Il problema, stando a quanto emerso dai casi presi in esame, è che le conversazioni hanno finito per degenerare in alcune circostanze. Coi componenti che, a volte, arrivavano ad ammettere di circolare con l’assicurazione auto scaduta. In pratica, qualora fossero scampati a una sanzione per infrazione delle norme anti-Covid, ne avrebbero ottenuta una per problematiche di circolazione.