Una testimonianza atroce, che lascia interdetti ma raccontata con impressionante freddezza al Corriere della Sera: “Lo faccio per l’università. Liberi di smettere quando vogliamo”

Studentessa
Foto di Free-Photos da Pixabay

Vent’anni appena e una storia che sarebbe tragica se non assumesse i contorni di una freddezza sconvolgente. Protagonista, una giovanissima studentessa, iscritta fuori sede alla Facoltà di Economia ma universitaria solo per metà del suo tempo. La restante metà, un’attività da escort, a detta sua per pagare la retta dell’Università. In un colloquio con il Corriere della Sera, la ragazza ha raccontato quello che lei definisce “sex working” e non “prostituzione”. Rivendicando addirittura di farlo da ben due anni e con un guadagno di 6 mila euro al mese.

Lei stessa definisce la sua come “una storia comune e per niente ai margini“. Niente a che vedere, quindi, con la prostituzione nel senso più classico e atroce del termine. Anche questo ci tiene a ribadirlo, forse non con la giusta consapevolezza, perché “in strada ci sono le vittime della tratta, noi facciamo tutta un’altra cosa“. Sugar baby le chiama. Qualche anno fa esplose uno scandalo che la stampa pose sotto la denominazione di “Baby squillo dei Parioli”.

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Baby, un termine che rimanda all’innocenza, all’ingenuità, alla primissima fase della giovinezza. Ma che, in questo caso, diventa quasi un contrappasso, tanta è la glaciale consapevolezza di chi lo usa. La ragazza, nella sua chiacchierata con il Corriere, traccia anche un programma per il futuro, dandosi una scadenza: “Cinque anni e poi smetto”.

Escort a vent’anni per pagarsi l’università: la gioventù in vendita

A proposito di Baby, di recente è uscita una serie su Netflix che usa quella parola come titolo e che ripercorre proprio la scioccante vicenda dei quartieri alti romani. Un percorso non solo dentro lo scandalo ma anche dietro, nella vita di giovanissime studentesse attratte da un mondo più grande di loro, fatto di illusioni e di beni materiali che, decisamente, non hanno fatto la loro felicità. Ma, per quanto simili per certi versi, le due storie sono diverse.

La ragazza in questione non sarebbe nemmeno da sola a condurre questa seconda vita. La “prassi” la descrive senza neppure troppe accortezze: “Ci iscriviamo sui siti di incontri e ci proponiamo come sugar baby. Vendiamo esperienze e non c’è disparità di potere perché noi abbiamo la giovinezza, loro il denaro”. Una giovinezza che, a quanto pare, viene messa in vendita in modo concreto e non via web cam.

Offrire il proprio corpo per soldi. Qualcosa che lascia interdetti ma che viene da lei e dai suoi “compagni d’avventura”, definito semplicemente “un rischio quasi imprenditoriale, liberi di smettere in qualunque momento. Mai accetteremmo di farci controllare da altri, anche se a volte capita che qualcuno si faccia avanti dicendo di volerci proteggere”.

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Ancora quattro o cinque anni di questa vita, poi basta. A suo dire, questi soldi le serviranno per costruirsi un futuro. Eppure, la sensazione è che, prima o poi, il peso della consapevolezza di aver ceduto al miglior offerente il proprio corpo possa farsi sentire. Perché in fondo, pur se si affretta a “smentire” che si tratti di prostituzione, sempre di prestazioni sessuali si tratta.

Una vendita, una giovinezza volutamente messa da parte per denaro. E di cose brutte ne racconta: “Una volta sono stata legata e gettata nella vasca da bagno a lungo, credevo di morire. Volevo denunciare, ma a chi, e cosa avrei potuto dire?”.