Dal gennaio 2021 cambiano le regole sui crediti deteriorati ma la prassi non convince gli istituti di credito: si allarga il novero dei cattivi pagatori.

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Non sono solo i grandi dossier a passare per Bruxelles. Se la bagarre su Recovery e Mes sembra riguardare più la politica che le tasche degli italiani, ben diverso è il discorso se dai corridoi di Palazzo Berlaymont si decide anche su temi ben più prossimi come l’accesso ai finanziamenti. A tal proposito, arriva come una doccia gelata il nuovo regolamento europeo sui crediti deteriorati, ossia i prestiti la cui restituzione verte in condizioni difficili a causa della situazione economica dei debitori.

In soldoni, la linea dell’inadempienza passa a 90 giorni di arretrato di pagamento, con svalutazione di bilancio pari a 100 euro per le persone e 500 per le imprese. Nuove regole che partiranno da gennaio 2021 e che saranno valide per tutte le sofferenze di bilancio. Ma non sono solo persone e aziende a rischiare. Anche gli istituti di credito non sembrano poi così soddisfatti della nuova normativa, considerando che il numero dei cosiddetti “cattivi pagatori” potrebbe allargarsi notevolmente.

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Prestiti, lo spettro della normativa Ue: “Inadempienti dopo tre mesi”, si complica l’accesso ai finanziamenti

In sostanza, con le regole attese con il nuovo anno, la questione diventa a più ampio raggio. E non solo per l’abbassamento della soglia di inadempienza, quanto per le difficoltà che potrebbero scaturire per l’accesso al credito. Il che potrebbe essere un problema anche per quelle imprese che, per effetto del coronavirus, rischiano di non riaprire. Uno scenario che la governatrice della Banca europea, Christine Lagarde, aveva definito ben più che plausibile pensando alla recessione dovuta alla pandemia.

Sulla questione dei possibili crack, era intervenuto anche il rapporto di Bankitalia, secondo il quale “in assenza di interventi pubblici si stima che, a fronte di un’ipotetica riduzione del prodotto interno lordo del 10%, il numero di fallimenti potrebbe crescere fino a 14mila nel 2020 (sono stati circa 11mila nel 2019)”.

C’è poi la questione prestiti. Relativa alle imprese, certo, ma anche alle persone fisiche. Per le quali il problema, a questo punto, si chiama calendar provisioning. Con le disposizioni attuali, infatti, si rischierebbe di rallentare con la ristrutturazione dei prestiti e aumentare i costi diretti per le banche. Con procedure per l’accesso al credito che diverranno fisiologicamente più rigide. Allargando, nondimeno, il raggio della crisi visto che ora, in ballo, non c’è solo lo status di cattivo pagatore ma anche una riduzione delle prospettive di ripresa.