Abbiamo comprato scarpe che credevamo italiane: scoperto l’inganno clamoroso

L’azienda in questione vendeva le scarpe ad un prezzo eccessivo spacciandole per italiane, ma in realtà le produceva in diversi paesi all’estero

Vediamo cosa successo, il giro d’affari che c’era dietro a queste vendite e primi risvolti per la società che di fatto si è avvalsa impropriamente del “Made in Italy”

Scarpe
Fonte Adobe Stock

I prodotti con la dicitura “made in Italy” hanno un fascino a cui poche persone sanno resistere. Anche all’estero spesso cercano i articoli italiani, rinomati per la loro qualità. Questo sia se si tratta di generi di alimentari, sia che si voglia acquistare capi di abbigliamento.

Anche per quanto concerne le scarpe è così e un’informazione errata in tal senso può far scattare un vero e proprio polverone con conseguenze legali e finanziare piuttosto scottanti.

Scarpe spacciate per “made in Italy”: una frode da 20 milioni di euro

Basti pensare al caso della Barilla negli Stati Uniti per avere maggiore contezza di questo fenomeno. Tornando alle calzature, i finanzieri di Torino hanno scoperto una gigantesca frode da 20 milioni di euro.

Circa 700mila scarpe sono state spacciate come “made in Italy” da una nota azienda italiana. Peccato però che non era così. La manifattura infatti pare sia stata eseguita in Cina, Romania ed Albania.

A rendere il quadro ancor più complicato è la vendita al dettaglio che arrivava anche a 200 euro a paia, quando invece la loro produzione costava 50 euro.  Questo è quanto emerso dai controlli doganali. La merce veniva poi stoccata in un magazzino di Torino e in un altro gigantesco di Treviso.

Quando i funzionari della Guardia di Finanza sono entrati nello stabilimento situato in Veneto hanno trovato una distesa di scatoloni e sugli scaffali centinaia di scarpe pronte alla distribuzione sui mercati del Bel Paese.

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In virtù di ciò è stato denunciato in procura a Torino un imprenditore italiano che probabilmente dovrà rispondere di frode in commercio. L’attività dalla Finanza è mirata alla tutela dei “Distretti Industriali” che da tempo rappresenta uno dei principali obiettivi strategici nell’ambito dei compiti di polizia economico-finanziaria. Dunque, una situazione piuttosto incresciosa che fortunatamente è venuta alla luce ed è stata prontamente bloccata.