Pensioni, sprint a gennaio ma non è (per forza) una buona notizia

Le pensioni salgono da gennaio. E, a giudicare dalle cifre, l’inflazione sta facendo parecchi danni. Ma per qualcuno i soldi arrivano prima.

 

Gennaio, mese limite per le pensioni. Con una prospettiva di rialzo che, però, fa a pugni con la situazione attuale. Del resto, al revisione degli assegni sarà pensata proprio nell’ottica dell’inflazione attuale.

Pensioni aumento gennaio
Foto © AdobeStock

In sostanza, per quanto effettivamente possa sembrare una buona notizia il fatto che gli assegni per le pensioni degli italiani vadano a gonfiarsi, bisogna tener presente che lo faranno in proporzione al rincaro della spesa. O meglio, alla differenza sempre più marcata fra costi reali e capacità di spesa. Il tutto in un momento storico in cui, per la maggior parte, gli italiani si sono visti costretti a intaccare i propri risparmi per far fronte alla crisi. Addirittura, nei giorni scorsi si era palesata l’ipotesi decisamente inquietante della recessione, con tagli dei ritmi produttivi già previsti dall’Istat. Una situazione che, dunque, non promette nulla di buono. Perlomeno, i pensionati potranno disporre di un rafforzamento delle loro entrate.

Il che, alla fine, rappresenta un buon viatico a una maggiore preparazione in vista dell’inverno. Anche se, affinché la perequazione faccia il suo effetto, bisognerà aspettare almeno fino al 2023. Qualcuno, in realtà, potrà esultare già da ottobre, con i prodomi della rivalutazione. Tecnicamente si parla della cosiddetta “perequazione automatica”, ossia un adeguamento di default degli assegni agli aumenti medi del costo della vita. In pratica, ogni pensionato riceverà un rimpinguamento dell’assegno a seconda della proporzione fra quanto percepito (quindi la capacità di spesa) e gli aumenti previsti dalle risultanze Istat.

Gennaio, pensioni in aumento: quanto si sale con la perequazione

Si tratta di un procedimento annuale ma che, per quest’anno, assume contorni decisamente più importanti. L’ultimo decennio, infatti, si era contraddistinto per aumenti pressoché irrisori degli assegni, o comunque non abbastanza rilevanti per poter essere percepiti come decisivi al fine della capacità di spesa. Gli aumenti delle rendite, bloccati dal Covid, hanno finalmente ripreso la loro marcia, parallelamente a quella dell’inflazione, che ha di fatto determinato il periodo di crisi come summa di una concatenazione di eventi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina. E, a norma di legge, le pensioni (o meglio, le rendite pensionistiche) devono essere adeguate proprio al costo della vita, peraltro in modo periodico. Ogni anno a partire da gennaio.

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Per quel che interessa i beneficiari, ossia gli importi, si parla di un aumento medio di circa l’8%. Il che dà la misura di quale sia stato l’aumento dei prezzi registrato, roba che non si vedeva da decenni. Con l’obiettivo di sostenere le fasce più deboli della popolazione, il Governo Draghi ha cercato di anticipare le rendite, concedendo ai redditi meno elevati gli aumenti già a partire dal mese di ottobre. Un 2% che spetterà ai redditi fino a 35 mila euro per un periodo di tre mesi. Da gennaio verranno resi noti i dati definitivi per l’intero 2023. Qualora l’importo percepito fosse di 1.000 euro lordi, l’incremento medio su un’inflazione del 7% sarà di almeno 70 euro, cifra al lordo delle trattenute. Con un’aliquota Irpef del 23%, l’importo netto sarà di 50 euro netti.