Regno Unito, via all’esperimento: settimana corta e stipendio pieno

Il Regno Unito alla prova dei “4 giorni”. Più un esperimento sociale che una rimodulazione degli orari di lavoro.

 

Rimettiamo gli orologi indietro di un paio d’anni fa, o poco più. Il Regno Unito certificava il compimento del processo di Brexit e, con esso, l’uscita definitiva dall’Unione europea.

Regno Unito settimana corta
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Pare un secolo fa. Il vortice della pandemia ha costretto tutti gli Stati europei a rivedere le proprie priorità, inclusa, per quanto riguarda Londra, la ridefinizione delle partnership commerciali. Perché il dossier Brexit, per quanto ormai passato in definitiva, presentava ancora molti paletti instabili. E, quasi per paradosso, nel momento in cui il Covid-19 esplodeva in Cina, la Gran Bretagna aveva strizzato l’occhio proprio ai mercati orientali, in attesa di definire le relazioni con gli ex partner dell’Ue. Tutto in secondo piano, o quasi. Anche perché, quando ancora le acque dello tsunami pandemico non si erano ancora ritirate, ecco spuntare sul fianco orientale dell’Europa l’ombra lunga della guerra.

Chiaramente, la conclusione della fase più calda aveva già prodotto i primi effetti prima che la pandemia irrompesse nella quotidianità dei britannici. Le novità erano state soprattutto pratiche: passaporto, revisione dei soggiorni e cose simili, senza che per gli europei Oltremanica fosse pregiudicata la permanenza per ragioni lavorative. E ora che la morsa del Covid si è allentata (pur restando una necessaria prudenza, come in ogni Paese del Vecchio Continente), proprio sul fronte del lavoro si registra una novità sostanziale nel Regno Unito. I sudditi di Elisabetta II si preparano infatti a sperimentare la cosiddetta settimana corta. Un esperimento sociale più che una rimodulazione degli orari di lavoro.

Regno Unito, via alla settimana corta: cosa cambia per i lavoratori

Il programma andrà a coinvolgere una nutrita schiera di lavoratori (chiaramente inquadrati contrattualmente come dipendenti) del Regno Unito. E consentirà a ognuno di loro di lavorare per quattro giorni alla settimana, mantenendo inalterata la propria quota retributiva. In pratica, pur lavorando meno ore, i guadagni mensili resteranno gli stessi. Per il momento, saranno coinvolte 3 mila persone sotto contratto con aziende che hanno aderito all’esperimento. Le quali, per 6 mesi, lavoreranno seguendo il modello 100:80:100, ossia lavorando l’80% del tempo precedente ma con il 100% di retribuzione. Tendenzialmente, si parla di 32 ore settimanali invece delle consuete 40.

Non a caso si parla di esperimento. I dipendenti in questione dovranno infatti garantire il 100% anche nel livello di produttività. L’obiettivo è capire se la riduzione dell’orario di lavoro possa in qualche modo garantire una presenza più costante del lavoratore, mantenendo quindi la concentrazione più a lungo sapendo che il tempo a disposizione non sarà più così lungo. Un programma gestito dall’Università di Cambridge e Oxford, in collaborazione con il Boston College e diverse associazioni di categoria. Fine ultimo, determinare se la qualità sia effettivamente in grado di sostituire la quantità, tenendo presente che la stanchezza mentale porterebbe il lavoratore a deconcentrarsi dopo un tot di ore di operatività. Specie se trascorse di fronte a uno schermo.

Senza contare che l’esperimento potrebbe portare qualche risultato interessante anche su settori paralleli. Ad esempio, come appurato da Microsoft Japan nel 2019, la settimana a quattro giorni consentirebbe non solo un aumento della produttività ma anche un risparmio complessivo per l’azienda. Dall’elettricità (-23% dei consumi) alla carta (-59%). Risultati incoraggianti, che hanno spinto anche altri Paesi a cimentarsi con la settimana corta anche prima del Regno Unito. L’ultima era stata la Svezia. Ma sarà in terra britannica che si sperimenterà la vera settimana corta, ovvero mantenendo tutti i parametri di quella lunga (inclusi i giorni di riposo) ma con circa 3-4 ore in meno al giorno. L’Europa guarda interessata.