WhatsApp, se si parla male del capo quali sono le possibile conseguenze?

WhatsApp, il dipendente che parla male del capo può aspettarsi ripercussioni? La questione è spinosa e spesso non c’è accordo tra Cassazione e Tar.

Parlare male del datore di lavoro su WhatsApp, può succedere ma capiamo quali sono le possibili conseguenze se un collega dovesse fare la spia.

WhatsApp parlare male
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La tecnologia, tanto utile in molti casi ma altrettanto pericolosa in altri. Oltre ai rischi della navigazione, ai tentativi di phishing, ai virus occorre considerare le insidie che può nascondere una chat. Capita sovente che si utilizzi WhatsApp, l’app di messaggistica più utilizzata dagli italiani, per sfogarsi tra amici, per dire ad una persona ciò che non si riesce a comunicare faccia a faccia o per parlare male del capo con uno o più colleghi. Ebbene, se nel caso di un’amicizia questa potrebbe essere presto interrotta per uno “sparlare alle spalle” senza altre conseguenze, nel momento in cui l’obiettivo delle malelingue è il capo sarà necessario prestare molta attenzione.

WhatsApp, cosa accade se si parla male del capo

Prendere in giro un datore di lavoro o una persona con un grado più alto del proprio non è consigliabile. Fino a poco tempo fa la Giurisprudenza non associava un parlar male al reato di diffamazione. Insulti e accuse devono essere rivolte in pubblico per peccare di questo crimine. Eppure, non parliamo solo di piazze e locali ma anche di una bacheca Facebook, ad esempio. La presa in giro può arrivare, seguendo questa strada, ad un gran numero di persone e ferire profondamente i sentimenti di chi è coinvolto in prima persona. Di conseguenza, i Tribunali Amministrativi Regionali sono arrivati alla conclusione che in alcuni casi è giusto punire il dipendente che ha parlato male del capo sui social, chat di WhatsApp compresa. Capiamo le motivazioni della sentenza.

Attenti alla diffamazione

Usare parole di disprezzo in una chat equivale a diffamare il destinatario degli insulti. Di conseguenza, il lavoratore dipendente che parla male del capo rischia il licenziamento se non addirittura una condanna penale in caso di querela. Alla base di questa decisione presa più volte dal TAR è l’enorme numero di persone che possono leggere gli insulti utilizzando Facebook, Instagram o Twitter. Diverso, però, il caso di WhatsApp, un’app associabile non tanto ad una piazza pubblica ma più ad una riunione tra amici.

La chat di WhatsApp, infatti, è come una conversazione privata che avviene in casa, una corrispondenza segreta e limitata a pochi destinatari. Discrezione è la parola d’ordine e, di conseguenza, secondo la Corte Costituzionale non può essere giudicato reato di diffamazione parlare male del capo sulla chat dell’App con i colleghi. Tutto in nome della natura privata della conversazione. Attenzione, il Tar non è del tutto d’accordo.

Per il Tar è diffamazione: ecco quando

Nel momento in cui uno dei colleghi dovesse rivelare al capo il contenuto della chat, la natura privata della conversazione perderebbe di valore dato che uno dei partecipanti l’ha rivelata alla “vittima” o all’amministrazione. Secondo il Tar sardo, la rilevanza disciplinare prevale sull’insussistenza della diffamazione e i lavoratori coinvolti rischiano ripercussioni tanto severe quanto la gravità di ciò che è stato detto.