Pensioni minime, la scalata per l’integrazione: ecco come fare

Uno standard di vita dignitoso va riconosciuto a chiunque abbia trascorso la propria vita all’insegna del lavoro: tutte le integrazioni alle pensioni minime.

 

Il nome è pensioni minime ma, come spesso capita, è solo un modo per inquadrare colloquialmente una situazione decisamente scomoda. La traduzione in termini pratici è ben diversa.

Pensioni minime
Foto da Pixabay

Percepire una pensione minima significa ricevere un assegno mensile non in grado di elevare il proprio reddito al di sopra della soglia vitale. In pratica, quello che si percepisce non è sufficiente a garantire uno standard di vita adeguato ai costi che questa mette di fronte. Un quadro tutt’altro che infrequente. Anzi, in Italia è una larga fetta di pensionati a percepire meno di 1.000 euro al mese di pensione. E, chiaramente, senza l’apporto di ulteriori redditi, una cifra simile non sarebbe sufficiente a garantirsi l’arrivo tranquillo a fine mese. Anche perché, in questo gruppo, figurano dei contribuenti il cui assegno ammonta a poche centinaia di euro.

In sostanza, in tali circostanze è necessario (per non dire vitale) fare in modo di integrare il proprio assegno pensionistico senza però rischiare di perderlo. Una combinazione che potrebbe consentire di sbarcare il lunario anche grazie alle maggiorazioni in realtà previste a norma di legge. Strategie di integrazioni essenziali per le pensioni minime, perseguibili ad esempio con la cosiddetta Pensione di Cittadinanza, misura equiparabile al Reddito di Cittadinanza ma concessa a coloro che hanno già concluso la loro attività lavorativa per raggiunti limiti di età.

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Pensioni minime, come integrare il reddito

L’accesso alla Pensione di Cittadinanza prevede dei requisiti fondamentali. Innanzitutto la presenza di over 67 o disabili gravi all’interno del nucleo familiare. Inoltre, per le pensioni minime è prevista anche un’altra misura strutturale, ovvero l’integrazione al minimo. Si tratta di un istituto in vigore con l’articolo 6 della legge 638/1983, volto a tutelare proprio quei pensionati il cui standard è al di sotto di un reddito variabile a seconda delle condizioni. Per il 2022, la soglia di accesso dell’assegno è fissata a 524,34 euro al mese, sempre in assenza di ulteriori redditi cumulabili alla pensione. Per quanto riguarda la soglia reddituale per l’integrazione totale, valgono i 6.702,54 euro per il pensionato non coniugato, mentre per l’integrazione parziale non dovrà essere superata la soglia di 13.405,08 euro all’anno.

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Non è tutto però. Le integrazioni delle prestazioni Inps possono beneficiare (per gli over 67) anche del pagamento dell’assegno social. Tale prestazione, tuttavia, non è inquadrabile come un’integrazione destinata alle pensioni minime. Si tratta infatti di una misura assistenziale, per la quale occorre rispettare i limiti di reddito che, per il 2022, ammonta a 12.170,60 euro annuali per nucleo familiare. L’assegno, invece, si attesta a 468,10 euro al mese. Un apporto discreto per chi, di pensione, non arriva nemmeno alla soglia dei 1.000.