La proroga dell’equiparazione fra quarantena e normativa è scaduta il 31 dicembre. E il ritorno al vecchio sistema penalizza parecchi lavoratori. Inclusi i fragili.

Quarantena assenza lavoro
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La notizia peggiore per alcuni lavoratori è arrivata insieme al nuovo anno. Nemmeno il tempo di far scoppiare gli ultimi fuochi d’artificio che la doccia gelata era già stata aperta sulle teste di contribuenti ancora duramente provati dalla pandemia. Il Governo, infatti, ha deciso di non prorogare la normativa che poneva la quarantena precauzionale dei lavoratori privati per Covid alla malattia standard. In pratica, coloro che si trovano in isolamento per contatti con un positivo e che non potranno recarsi al lavoro, non godranno più dell’indennità Inps. Al momento si parla di circa 10 milioni di italiani, anche se vaccinati con la seconda dose. Rientrano nella categoria, infatti, coloro con seconda somministrazione distante più di 5 mesi e ancora privi della dose booster. Assieme, chiaramente, a chi non può sostituire la propria attività lavorativa in sede con una in smart working.

In pratica, a norma di legge a costoro non spetterebbe l’indennità prevista per malattia. Il tutto sarà demandato al datore di lavoro, che deciderà liberamente se farsi carico del pagamento dei giorni d’assenza. Il problema è che il ripristino della vecchia normativa escluderà dal beneficio anche i lavoratori fragili (inclusi i pazienti oncologici) privi della possibilità del lavoro da remoto. Un paradosso in una fase ancora di piena emergenza. Inoltre, considerando che il Bonus baby-sitter non ha ricevuto una proroga, il problema si presenterebbe anche con i genitori di bambini in quarantena.

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Lavoratori, niente indennità in quarantena: il paradosso dei dimenticati

L’ultima Legge di Bilancio non ha corretto il tiro sbilenco del Milleproroghe. L’indennità Inps per chi non può recarsi al lavoro per contatto con un positivo (specie se un familiare) non sarà più soggetta a equiparazione con l’assenza per malattia. Del resto, già lo scorso anno la proroga era arrivata solo a ottobre e dietro insistente pressing dei sindacati e delle associazioni di categoria (oltre che delle aziende stesse). Peraltro, la reintroduzione era stata disposta con sostanziali differenze rispetto alla normativa del 2020, ovvero nel periodo di piena emergenza. Allora, infatti, era lo Stato a farsi carico delle spese, mentre il rinnovo d’autunno aveva ristabilito la copertura di tre giorni a carico dell’azienda, mentre il restante era suddiviso al 50-50 fra azienda e Inps. Il punto è che tale disposizione, pur mantenendo sostanzialmente la normativa, ha mantenuto come orizzonte il 31 dicembre.

Caos per i fragili

Dall’1 gennaio, quindi, è stata tabula rasa. Diverse categorie di lavoratori che dovranno osservare il periodo di quarantena resteranno prive di un’indennità che, invece, spetterà a chi non potrà recarsi al lavoro per malattia. Una situazione difficile soprattutto per coloro che non possono sopperire con il lavoro da remoto. E anche la caccia alla terza dose non è cosa semplice. Alcune Regioni, al momento, sono off limits per quanto riguarda le prenotazioni (e le dosi disponibili). Inoltre, i ragazzi che rientreranno a scuola e dovranno restare in quarantena per contatto con un positivo, costringeranno i genitori a restare a casa con loro.

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E per chi non potrà lavorare in smart working, il problema si presenterà puntualmente. I lavoratori fragili pagheranno il prezzo più alto: l’assenza dal lavoro era infatti equiparata alla malattia, cosa già decaduta a partire dal primo di gennaio. Il Governo dovrà correre ai ripari, anche in virtù della pressione delle associazioni a tutela dei lavoratori. Anche perché tra proroga dello stato di emergenza e risalita dei contagi, l’equiparazione delle quarantene appare la soluzione più scontata.