Il Ministro della Salute Roberto Speranza ha aperto alla commercializzazione della carne di coccodrillo in Italia sulla base della normativa europea

Carne di coccodrillo
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Ben presto tra le varie carni presenti nei menù dei ristoranti ci ritroveremo a scegliere oltre che quelle tradizionali di manzo, pollo o maiale, anche quella di coccodrillo. Messa in questi termini, la questione può fare scalpore, ma si tratta di una realtà ormai effettiva.

In Svizzera all’ombra delle Alpi sono infatti nati diversi allevamenti di coccodrilli del Nilo, che saranno poi utilizzati per realizzare hamburger e spiedini da vendere sul territorio nazionale e all’estero.

Tra i paesi che riceveranno questa prelibata e costosa carne, c’è anche l’Italia, che con la circolare dello scorso 4 novembre emessa dal Ministro della Salute Roberto Speranza, ha recepito una norma europea che consente di commercializzare del prodotto in questione. 

Carne di coccodrillo in Italia: controsenso o passo verso la transizione ecologica?

Non si tratta dell’unica novità in tal senso. Stando alla circolare ben presto potrebbero entrare nell’iter autorizzativo per il consumo umano, anche altre specie affini, ovvero la lucertola ocellata europea, il pitone reticolato e la tartaruga guscio molle cinese.

Tornando alla carne di coccodrillo, per rendere un’idea circa la sua consistenza si avvicina molto a quella del pollo alla cacciatora. A renderla “speciale” è anche il suo valore. Basti pensare che da quando in Zimbabwe sono arrivate le multinazionali alimentari a gestire allevamenti e commercio, i prezzi hanno superato i 150 euro al chilo. 

Gli altri paesi da cui sarà possibile l’importazione sono il Botswana, il Vietnam e il Sudafrica. In Europa il ruolo primario spetta alla Svizzera come già ampiamente riportato.

Tutto molto ambizioso di primo impatto. A quanto pare però non sono stati minimamente presi in considerazione degli aspetti importanti previsti dalla transizione agro-ecologica europea. 

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Un commercio di questo genere va a cozzare con il principio del “From farm to fork” (dal campo alla tavola). L’allevamento di una specie selvatica per immetterla nel circuito di distribuzione della ristorazione globale di certa non comporta un rispetto dei limiti ecologici del pianeta. D’altronde sono già enormemente falcidiati dai lunghi e dannosi processi di distribuzione e conservazione.