Secondo gli Ermellini, un infortunio occorso durante la pausa caffè esterna all’ufficio non è sufficiente a ottenere un indennizzo. Nemmeno col permesso del capo.

Pausa caffè
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La fine dello smartworking e al la ripresa dell’attività lavorativa in sede hanno permesso di riprendere il filo interrotto delle relazioni personali fra colleghi. Sì, perché per quanto possa esserci simpatia, condividere dei momenti di rilassamento attraverso uno schermo risulterebbe perlomeno complicato. Di sicuro non sarebbe la stessa cosa. E allora ecco che tornano le abitudini della colazione al bar, oppure della pausa caffè. Un momento di relax, magari post-pranzo o a metà pomeriggio, che conferisce un rinsaldamento del gruppo lavoro.

Un momento, quello della pausa caffè, che nonostante avvenga di fatto in orario lavorativo non rientra, secondo i giudici della Corte di Cassazione, nelle motivazioni valide a concedere alcuni diritti. In questo caso, quello a un indennizzo per malattia o invalidità, qualora nel tragitto dall’ufficio al bar capiti un infortunio. In sostanza, attenti a lasciare l’ufficio: un eventuale incidente, seppure di fatto in orario di lavoro, non verrà considerato sufficiente per ottenere alcune indennità.

Pausa caffè, niente rimborso in caso di infortunio: la decisione dei giudici

Decisiva, in questo senso, una sentenza della Cassazione riguardo il ricorso presentato da un’impiegata, la quale si era rotta un polso cadendo nel tragitto verso il bar, in quanto il suo ufficio era sprovvisto di punto ristoro. La pausa caffè si era sì consumata durante l’orario di servizio e anche con il permesso del capo ufficio. Tuttavia, secondo gli ermellini, questo non è sufficiente a garantire la copertura dell’indennità che, in questo caso, ha accolto il ricorso dell’Inail contro il riconoscimento dell’indennizzo. La richiesta, infatti, riguardava un’invalidità del 10% a favore dell’impiegata della Procura di Firenze.

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In sostanza, secondo i giudici, la motivazione della pausa caffè non è stata ritenuta sufficientemente valida per la richiesta, in quanto non si trattava di un’esigenza impellente o legata a questioni lavorative ma di una libera scelta a tutti gli effetti. Non poteva dunque essere considerata nel catino delle ragioni plausibili in grado di provocare un incidente sul lavoro. La Cassazione ha comunque ribaltato il giudizio del Tribunale e della Corte d’Appello di Firenze che, invece, avevano accolto il ricorso della collaboratrice in quanto la pausa era stata autorizzata dal datore di lavoro e l’ufficio era sprovvisto di un punto bar per poter prendere un caffè. Bevanda ritenuta non conforme ai caratteri del bisogno fisiologico strettamente legato all’attività lavorativa.