La riforma delle pensioni arriverà dopo l’intermezzo di Quota 102. Ma a preoccupare è la cosiddetta Quota zero, per nulla aiutata dal sistema contributivo.

Pensioni Quota zero
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Li chiamano “Quota zero” e, come si può intuire, rientrano appieno nel discorso pensioni. Quelle che verranno regolamentate, a partire dal 2022, con il sistema di Quota 102, ovvero con pensionamento a 64 anni di età e 38 di contributi. Una misura ponte, in attesa della riforma vera e propria che arriverà solo nel 2023-2024. Il problema resta quello di sempre. I Quota zero appunto, coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la riforma del sistema da retributivo a contributivo, ovvero dopo il 1996. Coloro che hanno affrontato (e affrontano tuttora) la crisi del sistema occupazionale e che, per questo, nel migliore dei casi vedranno la pensione in tarda età.

Rientrano nella macro-categoria coloro che hanno iniziato a lavorare a fine anni Novanta. E di lì in poi. Praticamente una generazione e mezza, che include di fatto tutti gli under 50. I quali continuano a lavorare sulla base di un sistema che concede occupazione in modo ancora troppo frammentario, non continuo, in molti casi persino privo di contrattualizzazione. Per questo (sempre nel migliore dei casi) i Quota zero non vedranno la pensione prima dei 70 anni. E anche in questo caso, non ci sarebbe da attendersi grossi assegni.

Pensioni, il caso dei Quota zero: perché gli assegni saranno più bassi

Considerando che il sistema di calcolo contributivo è già di per sé diverso (e meno conveniente) rispetto al precedente basato sulla retribuzione, appare chiaro che una generazione col problema della discontinuità lavorativa ne risentirà al momento del dunque. Durata del lavoro, continuità e retribuzione contribuiscono a formare il quadro dei Quota zero, perlopiù per quanto riguarda i lavoratori più giovani. Per coloro che hanno iniziato a lavorare subito dopo la riforma, più o meno chi oggi ha 50 anni, la situazione è un po’ diversa, nel senso che fra questi rientrano anche coloro che hanno effettuato un percorso lavorativo più lineare. Minore ma comunque consistente il numero di coloro che, invece, sono rimasti vittima della discontinuità. Ad esempio, chi è nato nel 1976 e ha iniziato a lavorare nel 1996, potrebbe andare in pensione a 69 anni. In caso di discontinuità, invece, raggiungere il requisito dei vent’anni potrebbe essere quasi proibitivo.

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In sostanza, per questi lavoratori il quadro è semplice: più si vive e più si lavora. Questo anche in virtù della questione legata ai buchi contributivi, ossia i periodi di inattività (sempre più frequenti fra i giovani) che porterebbero il contribuente a raggiungere la pensione senza aver al contempo gli stessi anni di contribuzione necessari. In questo caso, l’assegno pensionistico potrebbe scendere persino del 45%. Un effetto collaterale del sistema attuale, che si applica di fatto a lavoratori destinati alla precarietà. Più che di pensioni, è questione di lavoro…