L’aliquota Iva fa la differenza ma spesso non ce ne accorgiamo. Le spese lievitano a seconda della tassazione. E alla fine i conti possono non tornare.

Pagamento
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Avete presente quel momento in cui, improvvisamente, ci si rende conto di avere effettuato delle spese costanti delle quali, tuttavia, non ci si è resi pienamente conto? Un problema comune, che sorge soprattutto quando ci si trova di fronte ad acquisti più o meno necessari ma soggetti a un’importante variabilità dei prezzi. In pratica, esistono cose che paghiamo più del consueto (o del dovuto) senza averne piena contezza. E questo per una serie di motivi che spaziano dalla qualità dei prodotti alla semplice operazione di marketing o all’aumento della competitività sul mercato. Tutte buone ragioni per alzare il prezzo e lasciarcene all’oscuro fino alla proverbiale lampadina accesa.

Un discorso, questo, che può essere esteso anche alle tasse che, numeri alla mano, costituiscono circa il 60% del costo, ad esempio, del carburante. E l’imposizione fiscale, in generale, è tutt’altro che da sottovalutare, poiché soggetta a variazioni sensibili non solo a seconda del prodotto ma anche del negozio che lo vende. E, nondimeno, all’uso che ne facciamo una volta comprato. La tassazione gioca il suo bel ruolo: ad esempio, l’Imposta sul valore aggiunto viene pagata al momento dell’acquisto. E in Italia si va dal 4% al 22%.

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Spese alte: le 5 cose che paghiamo di più

L’aliquota Iva varia in base a diversi fattori. E alcuni prodotti di uso comune diventano bersaglio facile delle maggiorazioni “invisibili”. Prendiamo il caffè ad esempio: a fronte di 7 grammi di grani macinati fissi, l’Iva varia dal 22% sulle confezioni del supermercato al 10% sulle tazzine consumate al bar. Anche qui, la tassazione varia: sulle tazzine di caffè bevute in un contesto diverso, il bar aziendale per esempio, l’imposta scenda al 4%. Fatto sta che, a fine mese, il caffè consumato ha un costo ed entra a far parte delle spese maggiorate senza darne debito conto.

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Il caffè può essere il paragone giusto per un prodotto meno consumato come il tartufo, inserito dal Fisco fra le erbe aromatiche. In questo caso, l’imposta Iva viaggia dal 5% al 10% su prodotti più commerciali, come salvia e rosmarino. Stesso discorso per gli alimenti per animali: la tassazione risulta speculare a quella per i beni di lusso: 22% per le scatolette specifiche, mentre il 10% sarebbe applicato per cibi normali, ovvero gli alimenti consueti acquistati al supermercato. L’osso, invece, dispone di due aliquote: dal macellaio sarà una, in un negozio di animali un’altra. Infine i pannolini: 22% quelli per i neonati, mentre prodotti simili destinati ad esempio agli anziani vedono l’Iva ridotta del 5%. A ogni modo, è sempre questione di tassazioni: le spese, in realtà, non sono solo spese.