Aliquota al 15% sui redditi prodotti all’estero dalle grandi società. Ma per le multinazionali, le tasse non sono le stesse ovunque.

Multinazionali tasse
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Un argomento di per sé divisivo ma che, alla fine, trova la quadra nel consesso più importante. Il G7 dice sì all’aliquota minima globale dell’imposta sulle società, pari ad almeno il 15%. Di fatto, una tassa che graverà sulle multinazionali in una nuova misura anche se, in realtà, esistono degli Stati in cui il livello di tassazione tocca picchi ben più bassi rispetto ad altri. Un argomento piuttosto caldo, in un momento storico in cui le maggiori economie mondiali, tutte provate duramente dalla pandemia, cercano di mettere a punto un sistema in grado di garantire equiparazione, senza gravare ulteriormente sulla classe media.

Quello che ha cercato di ribadire anche il Tesoro americano nel commentare l’aliquota minima globale sulle multinazionali che, almeno sulla carta, dovrebbe frenare “la corsa al ribasso” nella tassazione sulle imprese. A ogni modo, l’intesa di massima raggiunta al G7 non risolve subito la questione. Lo stesso ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha parlato di un punto di partenza, anche perché si tratta di un valore (il 15%) rivisto al ribasso, visto che l’idea iniziale era un’aliquota del 21% sui profitti realizzati all’estero.

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Multinazionali, intesa al G7 sulla tassa:

Nodi da sciogliere in fretta, senza dimenticare che la tassa sulle multinazionali resta, per ora, a discrezione dei vari Paesi. Interessante, in questo senso, notare come in alcuni Stati si parli di percentuali inferiori a quanto concordato fra i ministri a Londra, in certe circostanze persino irrisorie. Del resto, molte società adottano la strategia di dichiarare il proprio reddito (soprattutto da fonti immateriali) dove vige una bassa tassazione. E questo a prescindere dal bacino e dal luogo di esecuzione delle vendite. Questo perché, in tal modo, si decurtano varie spese di tassazione che, inevitabilmente, nei Paesi d’origine sarebbero più elevate.

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Secondo alcune indagini incrociate di Tax Foundation, OCSE e KPMG, in Europa e in Asia campeggiano i sistemi tassativi meno onerosi. Nel caso del Vecchio continente si parla perlopiù di piccoli Stati, come il Liechtenstein, Cipro, Moldavia e Kosovo. Eccezione alla (parziale) regola è l’Irlanda, dove la percentuale si aggira attorno al 12%. Per quanto riguarda l’Asia, in cima alla lista spuntano territori come Macao, Timor Est, Qatar e Kirghizistan. Una quindicina, invece, i Paesi che addirittura non pongono imposte sul reddito delle società. Si tratta soprattutto di quelle nazioni considerate per certi versi lo stereotipo del paradiso fiscale (Cayman e Isole Vergini britanniche, ad esempio). L’obiettivo è contrastare la strategia d’appoggio dei grandi brand in Paesi dove la tassazione è a questi livelli qua. Forse il 15% non sarà sufficiente ma perlomeno è un inizio..