Il prezzo del greggio atteso oltre i 70 dollari ma pesa la posizione di due Paesi. Intanto, il boom delle materie prime (anche del petrolio) pesa sulla domanda. 

Petrolio prezzo
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Brent a +0,73% per 69,22 dollari al barile. Il prezzo del petrolio sale oltre le attese, superando i freni traversi di una crescita meno ampia rispetto al previsto del Pmi manifatturiero nel mese di maggio. Probabilmente qualche strascico dell’intoppo colossale della Ever Given ancora pesa sul mercato del greggio. Tuttavia, pur in un quadro complessivamente in difficoltà (il Giappone, ad esempio, registra un calo delle vendite al dettaglio dopo mesi di ripresa) filtra ottimismo da parte degli analisti. Le stime parlano di una domanda in crescita più dell’offerta di circa 650 mila barili nel terzo trimestre e addirittura di 950 mila nel quarto.

Numeri piuttosto positivi se si pensa che la frenata registrata dal Giappone potrebbe riguardare anche altre economie internazionali in fase di ripresa. E l’escalation prevista della domanda, che ha già messo nel mirino il livello di guardia dell’offerta, potrebbe finire per assestare qualche contraccolpo imprevisto, come in ogni boom delle materie prime. Per quanto riguarda il petrolio, le quotazioni restano elevate, così come le previsioni: oltre 70 dollari al barile.

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Petrolio, prezzi oltre le attese: il ruolo del Medio Oriente

Sull’andamento del petrolio interviene la riunione dell’Opec, attesa a Vienna per la giornata di oggi e con all’ordine del giorno l’incremento dell’offerta dopo la sforbiciata dello scorso anno. Tendenzialmente, si ragiona su un aumento progressivo della produzione quotidiana di greggio, perlomeno di 840 mila barili al giorno dal mese di luglio in poi. Qualche novità è attesa sul fronte mediorientale: le voci di una possibile intesa sulla produzione di uranio da parte dell’Iran (di fatto tornando all’accordo del 2015) potrebbe ampliare ulteriormente l’offerta internazionale, frenando quindi i rialzi del petrolio. Per quanto riguarda gli Usa, al momento, la produzione resta ben al di sotto degli standard pre-Covid (oltre 2 milioni).

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Un disavanzo che non andrà a coprire l’Opec e, indirettamente, potrebbe favorire il nuovo espansionismo dei produttori mediorientali, Arabia Saudita in primis. La lievitazione fin oltre la soglia dei 70 dollari significherebbe un’incidenza sul tasso d’inflazione per i vari Paesi importatori. E non è un dettaglio. Basti pensare che per l’Eurozona, si attende una crescita, in termini di inflazione, attorno al 2%. Negli Stati Uniti (senza la compensazione della produzione) potrebbe arrivare anche al 4,5%. Ne risentirebbe il percorso di ripresa.