Andare in pensione in anticipo sulla tabella di marcia non conviene. Lo dice il sistema contributivo: il rischio è un assegno ridotto.

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L’attesa della riforma del sistema pensionistico sta diventando sempre più spasmodica. Di tempo ce n’è poco, di soluzioni pure e le prospettive di chiudere prima la propria esperienza lavorativa sembrano portatrici più di dubbi che di buone speranze. Anzi, a quanto sembra, il rischio è addirittura quello di perdere una buona somma di denaro se si dovesse pensare all’obiettivo della pensione anticipata. Una situazione piuttosto complessa, che trae la sua genesi nel 1996, ovvero dall’introduzione del sistema di calcolo contributivo. In pratica, i contributi accumulati di anno in anno determinano, di fatto, la pensione da prendere. E questo con l’applicazione di un coefficiente crescente in base all’aumento dell’età anagrafica fino ai 71 anni.

Fin qui tutto chiaro. Ma è sempre da questo sistema che va calcolata la decurtazione. Ossia, esaminando il momento in cui si conclude la propria presenza nel mercato del lavoro e il montane contributivo accumulato fin lì. In questo modo, per fare un esempio, una retribuzione annua lorda di 30 mila euro, la perdita media su un assegno pieno sarebbe di circa 120 euro al mese, ovvero fra i 40 e i 160 euro. Molto dipenderà dal momento dell’uscita, in un novero di tempi compreso fra 1 e 5 anni in anticipo.

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Pensione anticipata, arriva la doccia gelata: come funziona l’assegno

In sostanza, stante il sistema di calcolo in essere finora, la pensione anticipata corrisponderebbe più o meno a un possibile calo del 27% nell’assegno pensionistico. Il che porta a ragionare parecchio su questo aspetto, specie se al raggiungimento dell’età di pensione naturale non dovesse essere troppo in là rispetto al momento di uscita desiderato. Stando così le cose, chi esce nei tempi giusti può quindi beneficiare di un coefficiente più alto e, di conseguenza, un assegno maggiore. Questo in base a una logica semplicissima: più tempo si lavora, più il montante contributivo cresce. Inoltre, i contributi accumulati vengono rivalutati di anno in anno in base al tasso di ricapitalizzazione.

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A ogni modo, molto dipenderà dalla riforma della pensione che si attende entro i prossimi mesi. A breve scadrà l’efficacia di Quota 100 e, per il momento, l’opzione in essere è quella di Quota 102 (ovvero almeno 38 anni di contributi e almeno 64 di età). Una combinazione che, a ora, sembrerebbe quella più accreditata a sostituire il sistema a marca gialloblu. Andrà definito anche il nuovo trattamento per le pensioni anticipate, sempre nell’ottica del ricambio generazionale. Così com’è, il sistema sembra tutt’altro che conveniente.