Conviene di più la pensione di vecchiaia o quella anticipata? Scopriamo quali sono i vantaggi delle due soluzioni e quale può essere più idonea in base alle esigenze personali

Pensione
Pensione (Fonte foto: web)

Quando si arriva a ridosso dell’età pensionabile ci si interroga su quale strada intraprendere per lasciare il lavoro nella maniera più conveniente. Le possibilità sono essenzialmente due: aspettare la pensione di vecchiaia o ricorrere a quella anticipata che consente di lavorare qualche anno in meno.

La prima prevede un assegno decisamente più corposo, mentre la seconda permette di preservarsi qualche anno prima ed evitare un sovraccarico fisico probabilmente non più alla portata. Per effetto di ciò, vediamo quali sono i vantaggi delle due soluzioni e quando può essere più adatta una piuttosto che un’altra. 

LEGGI ANCHE >>> Pensioni, l’Inps è già al 2022: importante novità in arrivo

Pensione di vecchiaia

La pensione di vecchiaia è quella a cui si accede a 67 anni a patto che abbiano un’anzianità contributiva di almeno 20 anni. Per coloro che hanno un’anzianità assicurativa successiva al 1 gennaio 1996 è richiesto anche un altro requisito di natura economica. Bisogna aver maturato un assegno di 690 euro (superiore 1,5 volte all’importo previsto per l’assegno sociale).

Pensione anticipata

Discorso differente per la pensione anticipata che non si basa sull’età anagrafica, ma esclusivamente sull’anzianità contributiva: possono accedervi gli uomini con 42 anni e 10 mesi di contributi e le donne con 41 anni e 10 mesi di contributi. 

LEGGI ANCHE >>> Pensione: uscire in anticipo dal mondo del lavoro conviene, ma non a tutti

Questa seconda opzione è quella a cui aspirano coloro che hanno iniziato a lavorare molto presto che non hanno intenzione di aspettare il 67esimo anno di età per andare lasciare il lavoro. Si tratta di una scelta fatta con la consapevolezza che il corrispettivo mensile sarà sicuramente più basso di quello ordinario.

Un fattore importante è la trasformazione del montante contributivo nell’assegno pensionistico. Infatti prevede un coefficiente di trasformazione più alto in base al ritardo all’accesso alla pensione.