Dall’emergenza a un inquadramento più “tradizionale”, ora lo smartworking riceve una proroga, forse fino a settembre. Ma cosa accadrà dopo?

Smartworking
Foto di Junjira Konsang da Pixabay

Le riaperture serviranno a rilanciare le economie del Paese. Quello che ristori e sostegni non possono fare, se non in forma di tamponamento dell’emorragia. Ma se quelle attività che hanno bisogno di interazione face-to-face con il pubblico dovranno per forza di cose tornare a farlo, non va dimenticato che oltre un anno di pandemia ha radicalmente cambiato anche il nostro modo di approcciarci al lavoro. Molte mansioni sono state “digitalizzate”, in nome di quella logica dello stay-at-home che ha caratterizzato buona parte del 2020 e un bel pezzo di 2021.

Il nome è smartworking. In altre sedi viene definito lavoro agile ma la sostanza non cambia: numerose aziende lo hanno adottato, inizialmente per far fronte all’emergenza, poi per adeguarsi alla fase di convivenza con il virus. Il risultato è che, dopo oltre dodici mesi di emergenza sanitaria, dalla misura provvisoria si è passati a una vera e propria categorizzazione del lavoro agile. Alla stregua di qualsiasi altra forma di impiego tradizionale. In pratica, da una fase puramente emergenziale, lo smartworking è diventato prassi.

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Le riaperture non fermano lo smartworking: cosa succede dopo

Una situazione che ha richiesto misure ben precise da parte del governo. Dapprima con la regolarizzazione in termini di orari e compensi. Poi equiparando il lavoro da casa a quello da ufficio. A tutti gli effetti. E il decreto sulle riaperture del 26 aprile, va a prolungare anche la misura dello smartworking in senso di equiparazione, addirittura fino al prossimo 31 luglio. In questo senso, le aziende potranno continuare con il lavoro da casa in modo unilaterale, senza specifici accordi individuali. E non solo. Secondo quanto ipotizzato nelle ultime ore, si starebbe valutando una proroga addirittura fino al mese di settembre.

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Una tempistica estesa che, probabilmente, servirà anche per qualcos’altro. L’obiettivo delle aziende, infatti, è capire come regolarsi una volta che l’emergenza sarà finita. In alcuni casi, lo smartworking è già diventato una prassi (con incluso un discreto risparmio per le aziende). In altri, dovrà fare i conti con il ripristino (si spera al più presto) della normalità. E questo per un motivo molto semplice: cessata l’emergenza, servirà per forza di cose una nuova normativa. Per il momento non c’è niente di concreto. Il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha detto che rimarrà solo se funzionale per il metodo di lavoro e per il cliente. Una partita aperta.