Un quesito atavico: se è un’applicazione gratuita, WhatsApp come fa a guadagnare? La risposta è più semplice di quanto non si pensi. 

Ammettiamolo, ce lo siamo chiesto un po’ tutti: ma com’è che guadagna WhatsApp? La più famosa app di messaggeria istantanea, che fa capo a Facebook, è totalmente gratuita nelle sue impostazioni generali, non costa nulla scaricarla e anche gli spauracchi di aggiornamenti vari sembra che, alla fine, non porteranno sofferenze alle tasche di chi lo sua. Un minimo di profitto, però, dovrà pur esserci. Non va dimenticato, infatti, che nel 2014 Facebook ha sborsato oltre 19 miliardi per assicurarsi l’applicazione, già all’epoca sulla cresta dell’onda. Così tanto per un servizio gratuito? Qualcosa ci dovrà pur essere…

Inizialmente WhatsApp una piccola tariffa la metteva: 99 centesimi dal secondo anno di utilizzo. Una piccola somma che, moltiplicata per milioni di utenti, il suo tornaconoto lo portava. Ma durò poco: successivamente, infatti, i vertici rimossero anche questo piccolo contributo, di fatto rendendo WhatsApp l’app gratuita per eccellenza. Niente pubblicità perché non è un social, quindi niente annunci mirati come farebbe Facebook. E a quanto pare nemmeno uno strano utilizzo di dati per monetizzare, come si è vociferato in passato. Quantomeno non nei termini “canonici”, dal momento che non essendo un social non potrebbe nemmeno basarsi sulle tendenze delle nostre ricerche sui motori web.

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WhatsApp è davvero gratis? Il sistema dei Big Data

Allora dov’è il guadagno? A oggi Facebook non sembra nemmeno interessata a perseguire la via degli annunci pubblicitari sulla app, decisione frutto di una strategia ben precisa e volta a diversificare il business della società, praticamente per il 99% incentrato sulla pubblicità. La decisione per quanto riguarda WhatsApp potrebbe essere radicalmente diversa ma non per forza meno vantaggiosa. Per l’azienda naturalmente. Il punto è che come per un’infinità di altre applicazioni, sociale e quant’altro, anche Facebook fa leva sui sistemi di Big Data. Un complicato sistema di interazione fra le due piattaforme, ma solo a livello tecnico.

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In pratica, il monitoraggio sull’utilizzo di WhatsApp, ad esempio sulla condivisione di alcuni particolar dati della app sul proprio profilo Facebook, ecco che scattano pubblicità ancora più mirate. Pensate e consigliate dagli algoritmi in base a tendenze e abitudini. E nel momento in cui si clicca, o addirittura si acquista, l’ingranaggio della conversione si mette in moto. E non solo. Qualora l’utente scelga di comunicare con aziende che impiegano servizi di hosting web di Facebook, ecco che le informazioni possono essere viste e impiegate per ragioni di marketing. Fra i quali, naturalmente, la pubblicità su Facebook. In modo indiretto ma sempre di pubblicità si tratta. E quel 99% diventa quasi 100.