Chi percepisce la pensione di invalidità può beneficiare di una maggiorazione che può portare l’assegno fino a 651,12 euro al mese. Entriamo quindi nei dettagli e vediamo in quali casi.

Invalidità
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La pensione di invalidità si presenta come una prestazione economica che viene erogata dall’Inps a favore di quei soggetti a cui viene riconosciuta una inabilità lavorativa e che si trovano in stato di bisogno economico. Una volta riscontrato il diritto ad ottenere tale aiuto, quindi, l’ente previdenziale provvede a elargire 287,09 euro al mese per un totale di 13 mensilità.

A tal proposito è bene sapere che in alcuni casi è possibile beneficiare di una maggiorazione che permette di ottenere fino a 651,12 euro al mese. La Corte Costituzionale, infatti, ha riconosciuto tale diritto attraverso la sentenza numero 152/2020. Una decisione che ha portato quindi il governo ad estendere tale incremento con il Decreto Agosto. Entriamo quindi nei dettagli e vediamo chi può beneficiare di questa maggiorazione, grazie alla quale ottenere fino a 651,12 euro al mese.

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Pensione di invalidità, ottenere fino a 651,12 euro al mese è possibile: tutto quello che c’è da sapere

I soggetti che percepiscono una pensione di invalidità possono ottenere una maggiorazione che può portare l’assegno fino a 651,12 euro al mese. Questo è possibile grazie alla cosiddetta maggiorazione sociale, o aumento al milione. Quest’ultimo, infatti, può essere applicato a tutti gli emolumenti inferiori al vecchio milione di lire.

Tale tipo di incremento “al milione” è stato finora adottato solamente per i disabili con più di 60 anni di età. Ora, invece, grazie alla sentenza 152/2020 della Corte Costituzionale è stato esteso a tutti i portatori di handicap con percentuale del 100%. Questo vuol dire che i ciechi assoluti, sordi e gli invalidi al 100% hanno diritto a tale incremento economico senza dover attendere il compimento del 60° anno di età. Per tutti gli altri casi di disabilità, compresi gli invalidi civili con una percentuale tra il 74 e il 99%, invece, si continua a dover fare i conti con i limiti anagrafici.

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Come si legge dalla sentenza numero 152 della Corte Costituzionale di luglio 2020, infatti: “Il requisito anagrafico finora previsto dalla legge è irragionevole in quanto “le minorazioni fisio-psichiche, tali da importare un’invalidità totale, non sono diverse nella fase anagrafica compresa tra i diciotto anni (ovvero quando sorge il diritto alla pensione di invalidità) e i cinquantanove, rispetto alla fase che consegue al raggiungimento del sessantesimo anno di età, poiché la limitazione discende, a monte, da una condizione patologica intrinseca e non dal fisiologico e sopravvenuto invecchiamento“.