Un accertamento fiscale potrebbe avvenire anche sul conto cointestato. Ma se il versamento viene effettuato per la famiglia? Ecco cosa dice la Cassazione.

Conto cointestato controlli Fisco
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E’ una prasi utile e quindi utilizzata. Gioco di parole d’obbligo per il conto cointestato, uno degli strumenti più indicati qualora vada sostenuta una spesa importante (ad esempio l’acquisto di una casa) ma anche una scelta che molte famiglie fanno per una strategia di risparmio. Al netto di tutte le variabili in campo (e sono molte), il conto cointestato, che sia fra due coniugi o due fratelli e così via, è ancora una pratica frequente. E non che presenti particolari vantaggi rispetto a due conti separati. L’unica variante che può interessare riguarda la condivisione delle spese che, in qualche modo, rinsalda il rapporto.

Ma qui non è questione di demagogia. Anche perché, cointestato o no, un conto è un conto. E come tale, sia le entrate che le uscite sono tracciabili (a meno che non si usi il contante). In questo senso, spese troppo alte attirerebbero senz’altro l’attenzione del Fisco. Ma cosa accadrebbe se, visto che si è titolari del medesimo conto, i soldi fossero immessi per i bisogni primari della famiglia? Una possibilità da tenere in considerazione, specie perché in questo caso il fatto di essere cointestato fa la differenza.

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Conto cointestato, la lente del Fisco: la sentenza della Cassazione

Nel caso di un conto corrente cointestato, vige la cosiddetta “presunzione di comunione”. Una caratteristica che può essere ovviata, ma solo nel caso in cui subentrino presunzioni “gravi, precise e concordanti”. Per quanto riguarda i versamenti, l’accertamento fiscale potrebbe scattare nel caso in cui non vi sia un giustificativo (al netto delle esenzioni previste sui prelievi). Fattore che differisce qualora a effettuare l’operazione (versamento + prelievo) sia un imprenditore o un professionista. Questi ultimi, infatti, sono tenuti a giustificare esclusivamente il primo. E in caso di poca chiarezza, il controllo potrebbe scattare, col rischio di tassazione sugli importi.

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Una possibile difesa però c’è. Qualora tali soldi siano serviti a sostenere importanti spese familiari, infatti, il dimostrativo sarebbe valido a tappare la falla. Anche in questo caso, tuttavia, il contribuente è tenuto a specificare la ragione del versamento prima che venga effettuato. Nel caso in cui sia un solo contribuente ad alimentare il conto cointestato, vige una sentenza della Cassazione in relazione alla non imponibilità dei movimenti. Il caso specifico, citato da Il Giornale, riguarda un mediatore finanziario titolare di tre conti correnti, uno cointestato, nel quale avrebbe convogliato dei prelievi effettuati sugli altri al fine di sostenere spese familiari. Una motivazione che la Cassazione ha ritenuto valida ma che demanda ulteriori accertamenti alla Commissione tributaria.