Più esperienza o più certificazioni? Il mercato del lavoro, in una fase di cambiamento, dice che la ricerca si basa solo su pochi parametri precisi.

Lavoro professionista
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Sembra un paradosso ma anche in periodo di crisi economica il mondo del lavoro si muove. Cerca la strada giusta per sfuggire alle difficoltà pandemiche, di riadattarsi alla modernità, sviluppando un’offerta che deve giocoforza adeguarsi alle nuove esigenze, richiedendo persino nuove professionalità. Ma è anche vero che, mentre il mercato si sforza di venir fuori dalle sabbie mobili, c’è anche chi nella fanghiglia ci sta da tempo, fino alla vita, battendo il tempo con le dita dopo aver cercato invano di disincagliare i piedi. Il binomio lavoro-disoccupazione è tutt’altro che un ossimoro: di lavoratori in teoria ce ne sarebbe un gran bisogno ma poi, all’atto pratico, quelli che restano fuori sono una percentuale enorme.

Una discrepanza che riporta sempre allo stesso nodo di fondo: quali sono, davvero, i requisiti giusti per inserirsi nel mercato del lavoro? Qui si spazia fra le interpretazioni soggettive e i luoghi comuni. C’è stata una generazione, ad esempio, invogliata a “imparare un mestiere”, mentre un’altra indirizzata agli studi perché indicati come l’unica vera strada di emancipazione e ascesa sociale. La verità, come sempre, sta nel mezzo. Nel senso che, quando si tratta di imparare qualcosa, tutto alla fine può essere utile al fine di un’attività lavorativa.

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Se proprio si vuol tracciare un profilo ideale, si dovrebbe quantomeno passare in rassegna qualche migliaio di offerte di lavoro. Va pur detto che il mondo di internet ha radicalmente cambiato la modalità di ricerca di personale, affidata ad annunci che, il più delle volte, prospettano solo in parte quelle che poi saranno le mansioni. Tuttavia, un bilancio abbastanza preciso è possibile. I comuni denominatori, infatti, sono praticamente sempre il cosiddetto “problem solving” (accompagnato da altri requisiti come gestione dello stress e capacità a lavorare per obiettivi), la capacità di lavorare in team e la disponibilità a turni e trasferte.

Lavoro, il rebus del requisito: meglio i titoli o l’esperienza?

Detto questo, va da sé che il tema di fondo dell’annuncio resta in qualche modo vago. E il problema del “meglio l’esperienza o i titoli” resta intatto. Solitamente, un curriculum più “lungo” in termini di esperienza potrebbe premiare più che uno ricco di titoli. Questi ultimi, infatti, sembrano più utili quando si guarda fuori dall’Italia. Anche se l’aver studiato e al contempo lavorato resta un viatico importante per incontrare il gradimento delle aziende. In sostanza, essere in qualche modo autonomi nella propria carriera è un punto a favore, con l’aspettativa aziendale di avere in casa un profilo in grado di prendere tot ma di generare un profitto sostanzialmente più alto delle aspettative.

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E questo requisito, di certo non comune, diventa un trampolino per il discorso del compenso. Spesso, infatti, ci si lamenta dei salari troppo bassi rispetto alle prestazioni richieste. Questo è un aspetto che varia a seconda delle professioni ma che può essere accomunato dal fattore della concorrenza. E anche in questo caso subentra la dedizione al lavoro: nel senso che se un dipendente (ma anche un professionista) riesce ad apportare quel plus in grado di mettere l’azienda avanti rispetto a una concorrente, il salario salirebbe di conseguenza.