Il gigantesco mercantile è ancora incagliato nel Canale di Suez e lo resterà per un pezzo. Nel frattempo petrolio e gas ne risentono. Ma le spedizioni schizzano alle stelle.

Evergreen Suez

Se non si trattasse di una nave, si potrebbe tranquillamente dire che quello nel Canale di Suez è un problema grosso come una casa. Non tanto (o meglio, non solo) perché ci sarà da lavorare come matti per disincagliare una nave da 200 mila tonnellate e in parte sollevata. Il nodo vero è che ci vorrà tempo. Tanto tempo e i migliori tecnici a disposizione al momento, fra i quali il team che risollevò la Costa Concordia, incagliata su un fianco di fronte all’Isola del Giglio. Una bruttissima notizia per chi è in attesa all’imbocco del Canale, la via commerciale più battuta e che salva i mercantili da una lunghissima e dispendiosa circumnavigazione dell’Africa.

Manco a dirlo, il riflesso sui costi che l’incidente della Evergreen sta generando sono enormi. Non solo quelli sul prezzo delle materie, che pure sono ingenti. Sono le spese di spedizione, quelle che in teoria dovrebbero essere abbassate dalla scorciatoia di Suez. Nel frattempo, la nave dovrà essere svuotata almeno in parte dei suoi container, rimossa dall’arenile e rimessa in moto. Un’operazione che potrebbe richiedere anche qualche settimana. Abbastanza per sparigliare tutte le carte in tavola su prezzi e tempi delle materie.

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Qualcuno c’ha già rinunciato. Alcuni mercantili hanno fatto dietrofront, puntando la prua verso Capo di Buona Speranza con la piena consapevolezza di buttare nel serbatoio altri 300 mila dollari di carburante, necessari per macinare le 6 mila miglia aggiuntive sulla rotta di navigazione. E questo è valido per navi che partono da “vicino”, come dal Golfo Persico o dal Medio Oriente in generale. Se si parla di navi partite dall’Asia o addirittura dal Nord America la situazione si farebbe drammatica.

La nuova crisi di Suez: i costi delle spedizioni

C’è da dire che, almeno per il momento, le grandi compagnie mercantili non hanno preso una posizione netta. Molto dipenderà dall’esatta stima dei tempi per svincolare la Evergreen dalla sua prigione di sabbia, sempre sperando che non vi siano ulteriori problemi. Chi non aspetta sono i prezzi: il petrolio sale ma, per adesso, l’incidente di Suez non produce rincari superiori agli effetti sortiti dal coronavirus. L’Opec potrebbe percorrere la strada dell’aumento dell’offerta così da contenere il colpo di martello per la domanda. Il gas naturale liquefatto ancora si salva, visto il periodo di scarsa richiesta.

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Come si diceva, la scudisciata arriva sulle spedizioni. In pochi giorni, il prezzo del trasporto è schizzato alle stelle: basti pensare che per l’invio di carburante si è passati da 1,49 dollari al barile poco prima del patatrac (22 marzo) agli attuali 2,58 dollari. Il problema non è solo la stasi delle merci, che arriveranno fisiologicamente in ritardo, ma anche la potenziale assenza dei cargo in mare, visto che la maggior parte sono bloccati in coda. Una crisi a tutti gli effetti, stavolta economica. L’ennesima.