L’agenzia di rating Moody’s stanga l’Italia: l’instabilità politica fa risalire lo spread e abbassa le prospettiva per l’economia del dopo-pandemia.

Moody's

L’occhio dell’Europa continua a essere vigile nei confronti dell’Italia. Ma anche le varie agenzie di rating cercano di tenere il punto sulla situazione economica del nostro Paese, bilanciando per quanto possibile gli strascichi a lungo termine della pandemia e la prospettiva di ripresa. Va da sé che una stabilità politica è quantomeno un buon viatico per quella economica. Ma da questo punto di vista, come accaduto già diverse volte negli ultimi anni, l’Italia difetta un po’.

Anzi, secondo Moody’s, la disputa sul Recovery Plan e tutto quello che ne è seguito, incluso il passo indietro di Matteo Renzi e di Italia Viva, rischia di creare nella maggioranza quel tanto di criticità che basta per rivedere al ribasso le prospettive di ripresa del Paese. Non certo un buon biglietto da visita in una fase ancora critica come quella attuale.

L’allerta di Moody’s arriva in una giornata in cui anche Piazza Affari chiude con segno negativo, mentre i Btp a dieci anni tornano nuovamente in sofferenza (differenziale risalito a 125,3). Tutti indicatori, a detta dell’agenzia di rating, di un’instabilità politica che incide anche sul tessuto economico del Paese, già fortemente provato dalla pandemia. Il problema, secondo gli analisti, è che la spaccatura politica p avvenuta proprio sull’argomento che, in realtà, avrebbe presupposto maggiore comunione d’intenti, come la distribuzione dei miliardi di risorse stanziati dall’Europa.

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La crisi pesa sul Recovery, Moody’s avverte l’Italia: incertezza politica ed economia non vanno d’accordo

Secondo Moody’s, infatti, agire in modo tempestivo con i fondi di ripresa rappresenterebbe il miglior viatico per un’economia in crisi e con basso potenziale di crescita. Ora però, con un governo che sfanga la caduta ma resta estremamente debole, le prospettive non possono che diminuire. A fronte di una politica instabile, quindi, vengono meno anche le strategie di coordinamento sull’utilizzo dei fondi Ue.

Un cattivo affare, considerando che il Recovery immette in circolo dei contributi con un volume monstre pari al 12% del Pil atteso nel 2021. Del resto, non è una novità che un clima di tensione politica vada a destabilizzare il quadro generale di un Paese. In Italia, poi, la vita breve dei governi, o comunque la loro debolezza strutturale, sembra essere qualcosa di congenito.