Uno studio di Banca d’Italia evidenzia un aumento delle imprese che nel primo lockdown hanno comunicato un cambio di codice Ateco: tra le motivazioni anche per passare da attività “non essenziali” a “essenziali”.

cambio codici Ateco
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Un cambio per sopravvivere e non scomparire. E’ uno dei diversi motivi che ha portato molte imprese, durante la fase del primo lockdown, a comunicare un cambio di codice Ateco per rientrare nelle attività cosiddette “essenziali” e uscire dalla lista delle papabili chiusure delle attività “non essenziali”.

Uno studio di Banca d’Italia, a firma Alessandro Mistretta, ha analizzato la demografia d’impresa ai tempi del Covid approfondendo i cambi di codice di attività. Ebbene si evidenza come, nel periodo compreso tra l’11 marzo e il 17 maggio sono aumentate “significativamente le comunicazioni relative al cambio del codice Ateco, soprattutto nel settore manifatturiero e nelle regioni del nord. Il maggior incremento si è registrato per i passaggi dai codici delle attività classificate come ‘non essenziali’ durante il lockdown ai codici riferibili alle attività ‘essenziali”.

Lo studio rivela che all’aumento delle comunicazioni legate al cambio di codice Ateco si lega un aumento ancora più forte della quota di imprese “che transitano verso attività non soggette a sospensione, pressoché raddoppiata rispetto al periodo precedente e nettamente superiore agli anni precedenti. Per molte imprese, la variazione da attività definite ‘non essenziali’ (o da una assenza di classificazione) verso attività ritenute ‘essenziali’ ha quindi evitato l’interruzione della produzione”, si legge nello studio.

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Cambio di codici Ateco nel primo lockdown: le altre motivazioni possibili

Lo studio di Banca d’Italia evidenzia che quello della sopravvivenza e del passaggio da attività “non essenziale” ad attività “essenzialenon è l’unico motivo che può soggiacere a questo incremento di cambio di codici Ateco durante il primo lockdown.

Le imprese potrebbero essersi effettivamente spostate su produzioni per loro nuove, a fronte di attese di aumento della domanda di un dato bene o servizio; in secondo luogo, è possibile che le imprese fossero non classificate o erroneamente classificate e che ne siano divenute consapevoli in questo frangente, poste di fronte alla necessità di sapere se la propria produzione fosse o meno oggetto di sospensione, apportando quindi le necessarie rettifiche”, scrive Alessandro Mistretta nel suo studio.