l’8 dicembre è iniziata la corsa caos al cashback natalizio. Per pochi spicci siamo riusciti a svendere la nostra privacy. Ecco come.

Cashback natalizio, questo sconosciuto. O forse è meglio dire che è conosciuto fin troppo perché ormai non si parla d’altro. Un miraggio o quasi che ha attirato milioni di italiani nemmeno fosse un regalo vero, piovuto dal cielo. A leggere i numeri, sono più le cose che ci chiedono che quelle che ci daranno. In soldoni: che cosa siamo pronti a fare per guadagnare 150 euro spendendone 1500?

Eh sì, perché prima di sperare di ricevere indietro qualche spiccio, occorre averne parecchi di spicci da spendere. Prima li spendi, poi, ti arriveranno. Se non fosse che è una legge scritta verrebbe da aggiungere, forse. Quando arriveranno davvero? Se il buongiorno si vede dal mattino, visto il caos allo start up dell’iniziativa, ci sono validi motivi per pensare che anche la restituzione dei soldi non sarà semplicissima. E poi partirà il vero e proprio cashback che è legge dal primo gennaio, e chissà cosa succederà ancora.

Dicevamo: sono più le cose che ci chiedono che quelle che ci daranno. Vediamo cosa occorre per il periodo natalizio: SPID o la Carta d’Identità Elettronica (CIE) cosi che si possa essere identificati sull’applicazione IO che andrà scaricata successivamente. Questa è un’app della pubblica amministrazione. E poi: indirizzo email valido, numero di cellulare, carta d’Identità e la tessera sanitaria con codice fiscale. Nient’altro? Praticamente svendiamo i nostri dati più sensibili per un guadagno del 10% sulle nostre spese natalizie. Chi spenderà 100 euro perché di più non ne ha, sappia che ha donato la privacy allo Stato per la bellezza di 10 euro.

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Cashback di Natale, la nostra privacy svenduta per 150 euro: valgono così poco i nostri dati sensibili?

Sono molte naturalmente le controversie ed i pareri contrastanti nati da questa iniziativa del Governo, in particolare legate ad una “svendita” dei dati personali, necessari per richiedere ed ottenere il rimborso. I maligni pensano ad una vittoria dello Stato che insiste da mesi ormai nel volere cancellare i pagamenti in contanti: non tanto per fare un regalo agli italiani ma, al contrario, per tracciare ogni tipo di movimento sul conto corrente e quindi combattere l’evasione fiscale.

Ma senza dar troppa retta ai maligni, la nostra domanda è questa: davvero vale la pena ‘concederci’ al Fisco per pochi spicci?