Mobbing e maternità: come tutelarsi dal datore di lavoro

Può accadere che una lavoratrice, dopo la maternità, subisca dal suo datore di lavoro e/o dai suoi colleghi, del mobbing.

mobbing donna
Fonte pixabay

Mobbing deriva dal verbo inglese “to mob” in inglese è assalire, aggredire, affollarsi attorno a qualcuno.

Il mobbing consiste in un insieme di condotte, reiterate nel tempo, tese ad escludere ed isolare un lavoratore, distruggendo la sua autostima, al fine di portarlo a dimettersi dal posto di lavoro; per costituire questo reato le condotte devono essere reiterate per almeno 6 mesi.

Sono considerati comportamenti che portano al mobbing: insulti, esclusione dal gruppo, aggressioni fisiche e verbali, tali da voler di eliminare una persona divenuta scomoda inducendola alle dimissioni o provocandone il licenziamento motivato.

Il mobbing è molto comune al rientro delle lavoratrici dalla maternità. Come riconoscerlo e come tutelarsi.

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Mobbing: cosa fare quando avviene dopo il rientro dalla maternità?

famiglia

Quando si parla di mobbing della lavoratrice rientrata dalla maternità, i comportamenti che potrebbe subire la neo mamma sono:

  • trasferimento della lavoratrice in una sede lontana;
  • negare o fare problemi nel concedere i permessi per allattamento;
  • contestazioni disciplinari pretestuose;
  • rimproveri e insoddisfazione (immotivati) per il lavoro della dipendente.

Cosa può fare la lavoratrice che subisce mobbing sul luogo di lavoro?

In primo luogo deve intervenire immediatamente segnalando questi comportamenti in quanto la legge punisce e condanna il mobbing.

Se c’è un fenomeno di mobbing a danno di una lavoratrice rientrata dalla maternità, dunque, il datore di lavoro può essere chiamato a risarcire alla dipendente il danno subito.

Il mobbing, infatti, può determinare un danno biologico nei confronti della lavoratrice poiché tale condotta è in grado di determinare patologie psico-fisiche come ansia, depressione, attacchi di panico, problemi cardiovascolari, etc.

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