Stipendio, pericolo dumping: a rischio 1 milione e mezzo di lavoratori

Un gap da colmare con urgenza. Lo stipendio al ribasso rischia di diventare un problema serio, anche in vista del salario minimo.

 

La mossa dell’Europa sugli stipendi minimi dovrebbe ridisegnare, da qui a qualche anno, il quadro salariale sulle prerogative dell’equità. Tuttavia, il capitolo lavoro resta ancora estremamente complesso.

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Basti pensare al serio rischio corso da oltre un milione e mezzo di dipendenti che, secondo l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese (Cgia), potrebbero ritrovarsi presto ad affrontare un imprevisto dumping salariale. In pratica, a fronte di strategie (soprattutto di delocalizzazione) favorevoli alle imprese, gli stipendi rischiano di subire un ribasso del loro valore. Un pericolo che aleggia sul capo dei dipendenti di diversi settori poiché, fra i 12.991.632 occupati complessivi destinatari dei 933 Contratti collettivi vigenti, addirittura il 12% non sarebbe riconducibile ai principali Ccnl del settore. Questo significa che oltre un milione e mezzo di lavoratori operante in imprese minori rischia di pagare lo scotto dei livelli di rappresentatività.

Pessimo affare, soprattutto ora. I Ccnl di riferimento sono solitamente sottoscritti dalle associazioni datoriali, oltre che dalle principali sigle sindacali del Paese. Un quadro che non riguarderebbe perlomeno 805 Contratti collettivi, i quali sarebbero stati siglati da realtà imprenditoriali e sindacali con minore peso e rappresentanza a livello nazionale/territoriale. Secondo quanto evidenziato dalla Cgia, si tratta di una sorta di zona grigia che, pur essendo formalmente inquadrata, rischia seriamente la revisione al ribasso della propria condizione salariale. In pratica, lo stipendio non sarebbe conforme in toto al ruolo ricoperto. Con conseguenti “lesioni ai diritti dei lavoratori”.

Stipendio al ribasso, 1 milione e mezzo a rischio: chi sono gli interessati

Più che di un taglio, è possibile inquadrare il tutto nel novero del mai concesso. In sostanza, a parità di condizioni, chi ha stipulato accordi lavorativi rientranti sotto l’egida dei Contratti collettivi non stipulati da enti di rilevanza nazionale rischia di essere soggetto a dumping. Un’ipotesi ritenuta possibile anche dal Cnel, come ricordato dalla stessa Cgia. È chiaro che, qualora il rischio si concretizzasse in possibilità concreta, oltre un milione e mezzo di stipendi risulterebbero incongrui rispetto alla media nazionale degli stessi settori. Il rischio maggiore, secondo l’associazione, riguarderebbe in particolare i poligrafici e i lavoratori dello spettacolo, per un 32% totale del comparto. Inoltre, anche il settore terziario e della distribuzione rischierebbe per un 17% del totale. E ancora, nel gruppone rientrano settori fondamentali come istruzione, sanità e cultura (14%).

Anche in questa direzione andrebbe la decisione di istituire un salario minimo europeo a norma di legge. Le buste paga sarebbero più corpose, con rialzi previsti specie per quelle più basse, in base agli indici di raffronto al settore. Eppure, secondo la Cgia la strada non può essere solo questa. Sul tavolo andrebbe messa la riduzione del cuneo, così da sgravare i lavoratori perlomeno della componente fiscale. L’obiettivo resta quindi quello della detassazione delle indennità, inclusi festivi e prefestivi. Un passo breve ma comunque il primo da effettuare. Anche perché, il percorso per arrivare al salario minimo durerà almeno un paio d’anni.