Buoni pasto addio: ecco cosa sta succedendo al vecchio compagno di lavoro

Una stagione che sta per chiudersi, molto più di una stagione probabilmente. Un momento che di certo si ricorderà bene.

Prima era tutto più semplice, niente da aggiungere. Lo dicono in tanti, lo dicono praticamente tutti. Prima era davvero tutto molto più agevole. Ultimamente, ad esempio, molti avranno notato che non c’è più l’abitudine per supermercati e ristorante di accettare i buoni pasto. Una abitudine che ha contraddistinto chissà quanti anni prima di quello che attualmente invece ne decreta la fine.

Buoni pasto

“Non accettiamo buoni pasto” è questa la scritta che all’esterno di supermercati e ristoranti avranno sicuramente notato moltissimi italiani. Proprio quei luoghi che fino a pochissimo tempo fa erano utilissimi per smaltire i buoni pasti ricevuti dai lavoratori dipendenti sul lavoro. Situazioni lavorative che ad esempio non prevedevano mensa e quindi predisponevano una quota in moneta quotidiana per tutti i lavoratori coinvolti.

Generalmente, per l’appunto, i buoni in questione venivano poi utilizzati al supermercato o al ristorante considerato che proprio li era possibile di fatto scambiarli per la spesa quotidiana o per un buon pranzo o cena. Oggi invece le cose sono completamente cambiate. Oggi quella scritta ci dice che quei tempi sono finiti e molti ancora si chiedono il perchè. Tante cose cambiano, negli anni, spesso all’improvviso. Proviamo a capire cosa è successo.

Buoni pasto addio: il problema nasce dalle commissioni a carico degli esercenti

Il problema in merito all’accettazione o meno dei famosi buoni pasti nasce tutto dall’atteggiamento man mano sempre più contrario alla stessa operazione degli esercenti stessi. Da parte loro, infatti, ristoratori e quant’altro, in pratica tutti quelli che generalmente accettavano i buoni pasto in passato avevano non avrebbero guadagnato l’intero importo del tagliando stesso. Parliamo di un volume d’affari pari a 3,2 miliardi di euro con 516 milioni di buoni utilizzati da quasi 3 milioni di lavoratori.

Il nodo della discordia è la commissione a carico degli esercenti su ogni buono che arrivano fino ad un massimo del 20% dell’importo dello stesso. Tradotto in cifre vuol dire che ogni 10mila euro di incasso attraverso buoni pasto un esercente deve lasciarne 3mila per strada detto alla buona, insomma il 30%.

Le principali associazioni di settore, tra le quali troviamo Ancd Conad, Ancc Coop, Fiepet Confesercenti, Federdistribuzione, Fida, Fipe Confcommercio sono d’accordo nel definire ormai non più favorevole tutta l’operazione legata ai buoni pasto. Con un giro di parole si potrebbe dire che “i buoni pasto non sono più buoni”. Commissioni occulte e rimborsi che arrivano dopo mesi, le associazioni di categoria insomma non ci stanno.

In merito alla questione Lino Stoppani di Fipe-Confcommercio ha cosi dichiarato: “Non è accettabile che lo Stato dopo quello che abbiamo passato per la pandemia ponga una nuova tassa sulla ristorazione: non sono accettabili livelli di commissioni sul livello di quelle precedenti, dal 16% al 19%, perché se queste fossero le condizioni dell’assegnazione è ragionevole pensare che le aziende non saranno nelle condizioni di accettare più i buoni pasto”.

Una situazione che rischia di esplodere da un momento all’altro. Per ora gli esercenti rifiutano di trattare i tagliandi destinati ai pasti dei lavoratori. Si richiede un intervento netto da parte delle istituzioni nel tentativo di far rientrare il problema. In caso contrario per i buoni pasto, vecchi e chiari non si prospetta un futuro radioso, anzi, potrebbe non esserci più alcun futuro.