Pensione, nuova ipotesi per l’anticipo: cosa cambia per i lavoratori

La riforma sul sistema pensione è in ritardo. Torna quindi sul tavolo la proposta dei due tempi. La quale, però, non convince per due ragioni.

 

Si cerca l’intesa coi sindacati ma l’accordo sembra ancora una chimera. Eppure il tema pensione è tutto meno che irrilevante. Anzi, visto che il 2023 non è poi così lontano, una quadra andrà trovata per forza in tempi brevi.

Pensione due tempi
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A meno che non si opti per una nuova soluzione-galleggiante, la scadenza del nuovo anno dovrà essere rispettata. E il Governo dovrà consegnare ai contribuenti un nuovo piano pensionistico che vada a rimpiazzare la provvisoria Quota 102 ed eventualmente a integrare (o comunque rielaborare) tutte quelle misure adottate per l’anticipo del trattamento. A questo proposito, in attesa che si concretizzi una proposta che, stando al calendario ipotetico, era attesa già per il mese di febbraio, si profila una possibilità per cercare quantomeno di accorciare i tempi. Una soluzione che potrebbe ovviare alle problematiche di stampo internazionale che, giocoforza, hanno rallentato dei calendari già lenti di loro.

L’idea sul tavolo delle trattative Stato-sindacati è la cosiddetta pensione in due tempi, proposta peraltro già avanzata a suo tempo (ossia un anno fa) dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, favorevole a una modifica dell’accesso al trattamento con sguardo sia ai lavoratori che ai conti pubblici. Lì per lì la proposta non aveva convinto, soprattutto coloro in procinto di prendere la pensione. Se non altro per una differenza esigua rispetto alle misure ponte adottate per l’anno in corso. Vista la difficoltà nell’arrivare a dama, però, l’ipotesi dell’Inps sembra tornata in auge.

Pensione in due tempi, l’ipotesi Inps: ecco come funzionerebbe

Fino a dicembre, il sistema pensione attivo in Italia resterà Quota 102. Ossia, 64 anni di età e 38 di contributi versati per poter andare in pensione prima dei 67 anni (età limite per l’assegno di anzianità). L’orizzonte, però, indica tempesta: qualora il Governo non riuscisse a trovare soluzioni alternative e con Quota 100 ormai un ricordo, il nostro Paese si ritroverebbe nuovamente ad avere a che fare con la Legge Fornero. L’unico spiraglio, aperto dallo stesso premier Draghi, sembra provenire proprio dall’ipotesi inizialmente scartata della pensione in due tempi. L’unica, a quanto pare, in grado di non gravare troppo sui conti dello Stato. A patto che si scelga di puntare sul metodo contributivo. In poche parole, il pensionato potrebbe usufruire del trattamento già all’età di 63 o 64 anni.

L’unica differenza sarà nel metodo di fruizione. L’assegno non sarà percepibile per intero nell’immediato ma, fino al raggiungimento dell’età pensionabile effettiva (67 anni), verrebbe percepito in modo parziale. In sostanza, il destinatario del trattamento andrebbe a beneficiare solo della parte di assegno liquidata con metodo contributivo, almeno finché l’età anagrafica non consentirà di percepire il totale complessivo. Non tutti, però, sarebbe compresi nella misura (altra parte della proposta che non convince): innanzitutto i contributi versati dovranno essere pari ad almeno 20 anni e l’importo liquidato dall’Inps con quota contributiva non dovrà essere inferiore a 1,20 volte l’assegno sociale. Considerando che quest’ultimo si attesta ora a 468,11 euro, l’importo iniziale sarà di circa 561,73 euro. Il problema è l’argine messo ai fruitori: chi resta fuori rischia seriamente il ritorno alla Fornero.