Unicredit, l’ombra della crisi (e del fallimento): cosa c’è di vero

Da giorni si parla di una presunta condizione di criticità per il gruppo bancario Unicredit. Ma lo spettro di un default appare lontano.

 

Se dev’esserci una cartina di tornasole della crisi, forse sarebbe il caso di ricercarla nell’andamento dei mercati internazionali. Uno specchietto abbastanza esaustivo sulle condizioni finanziarie a livello globale.

Unicredit fallimento
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L’inflazione colpisce duro soprattutto sui redditi medi ma anche le grandi imprese non vivono i loro giorni migliori. Il rallentamento è stato evidente soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina, in grado di destabilizzare i mercati quanto e più della pandemia, visto che il conflitto ha colpito direttamente sui canali commerciali. A rimetterci sono le aziende ma anche i risparmiatori, costretti a far fronte a una massiccia dose di rincari, sia sul costo del carburante che dei beni di prima necessità. Il riflesso della crisi, però, si è sentito anche sui depositi finanziari. E nemmeno le banche, nonostante l’immissione di liquidità da parte della Bce, sono sfuggite alle conseguenze del mix di fattori.

Banche che, peraltro, un periodo di forte flessione l’avevano già affrontato nel 2008, l’anno della crisi economica internazionale. Anche i gruppi maggiori, come Unicredit, erano finiti nel calderone della recessione. Ma se all’epoca il problema era soprattutto nelle tasche dei consumatori, il doppio schiaffo arrivato prima con il Covid e poi con la guerra ha interessato anche i grandi nomi. E i gruppi bancari, anche i più famosi e diffusi, non hanno fatto eccezione. Tanto che, nei mesi scorsi, per evitare di incappare in spese inutili molti hanno deciso di chiudere i conti superiori a 100 mila euro, così da contrastare gli effetti della stagnazione.

Unicredit e la crisi delle banche: cosa ne pensano gli esperti

I maggiori gruppi bancari, in questi due anni e mezzo, hanno avuto il loro bel da fare per riuscire a tenere a galla i conti in flessione dei risparmiatori. I rigurgiti della crisi del 2008 hanno avuto però effetti prolungati nel tempo. E alcuni di questi, come la stessa Unicredit, hanno nel tempo dovuto fare affidamento a un’intesa statale per riuscire a tenere le vele a favore di vento. Certo è che un evento imprevedibile, come prima la pandemia e in seguito la guerra, hanno generato una convergenza di fattori difficilmente arginabile con misure ordinarie. I mercati ne hanno risentito, così come i titoli azionari. E Unicredit, in queste ultime settimane, sembra averne risentito particolarmente. E da Milano, al netto della veridicità di alcune voci, sembra che un campanellino d’allarme sia suonato.

L’amministratore delegato Andrea Orcel ha fatto sapere che Unicredit avrebbe l’intenzione di lasciare il mercato russo, così da scansare colpi duri dalle condizioni di stagflazione. Del resto, le possibilità che agli aumenti dei prezzi non corrisponda alcuna crescita economica ci sono tutte. Una decisione che arriva in un momento storico transitorio, soprattutto sul piano gestionale. E a fronte degli appoggi statali, frutto di una soluzione riparatoria a una strategia di alleanze non sempre andata a buon fine, secondo gli esperti potrebbe manifestarsi effettivamente il rischio di una riduzione delle maestranze. Almeno nella misura di 5-6 mila. Ne conseguirebbe la chiusura di almeno 450 filiali entro il 2023, tutto nell’ottica della limitazione dei costi. Niente, tuttavia, che possa almeno per adesso far pensare a un fallimento. Quel che appare necessario è una stabilità dei titoli azionari. Ipotesi difficile per il momento.