Decisione storica, le balene sono salve ma non per bontà d’animo

Niente più cacciatori in mare a partire dal 2024. Ma lo stop alla persecuzione delle balene non avrebbe solo ragioni di conservazionismo.

 

Via le punte agli arpioni. Anzi, via proprio gli arpioni. L’Islanda ammaina (si spera) per sempre le sue bandiere marinaresche dalla tolda delle baleniere. Chiudendo di fatto un’epoca.

Caccia alla balena divieto
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Sì, perché anche se non siamo più nell’Ottocento e di certo lo spermaceti non serve più per fabbricare candele né l’olio per accendere le lampade nelle nostre case, qualcuno la caccia alla balena la praticava ancora. Una pratica anacronistica, crudele ma che per i pescatori dell’Atlantico settentrionale rappresentava ancora una fonte di sostentamento. Per quanto incredibile possa sembrare. E in effetti, la decisione del governo islandese non arriva per buon cuore. Almeno secondo quel che è filtrato da Reykjavik. Ad annunciare lo stop (a partire dal 2024) alla caccia alle balene è stata il ministro dell’Alimentazione, dell’Agricoltura e della Pesca, Svandis Svavarsdottir. E la prima delle tre mansioni dicasteriali già la dice lunga sul motivo della decisione.

In effetti, sembra che la ragione che ha animato lo storico divieto sia da ricercare in questioni di mercato. Molto semplicemente, la carne di balena non avrebbe più il mercato di un tempo e, per questo, l’uccisione ai fini commerciali non avrebbe più ragione di essere. In pratica, tutto sarebbe riconducibile a una questione economica piuttosto che a un’ottica ben più urgente di preservazione della specie. Ora, è chiaro che alcune abitudini ancestrali, che magari in passato hanno dato sostentamento, siano difficili da rimuovere. Ma è anche vero che nel 2022 possono e devono essere trovate delle soluzioni alternative. A meno che, come il capitano Achab, non si riversi sui placidi cetacei “la somma di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua razza fin dai tempi di Adamo”. Ma è quantomeno improbabile.

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L’Islanda e la caccia alle balene: i drammatici numeri

Bisognerà comunque aspettare altri due anni affinché la licenza per la caccia concessa alle baleniere scada definitivamente. Quindi, per la balenottera comune e quella minore (ovvero le due specie maggiormente braccate dai pescatori), ovvero uno dei cetacei più grandi e una delle balenottere più piccole, la salvezza definitiva richiederà ancora un po’ di tempo. La decisione a ogni modo, per quanto dettata (da quel che sembra) da ragioni economiche, rappresenta un passo avanti significativo. Anche perché la Balaenoptera physalus, ovvero il secondo mammifero più grande della Terra, è classificato come vulnerabile nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn). Il che significa che l’animale figura fra le specie a rischio di estinzione. Uno status condiviso con altre specie di cetacei, inclusa la Balaena mysticetus, ossia la cosiddetta balena della Groenlandia, anch’essa vittima illustre dei cacciatori nel tratto di mare della Baia di Baffin.

L’Islanda e la settimana lavorativa breve: test superato a pieni voti!

Solo la pandemia aveva rallentato il lancio degli arpioni. Fino al 2019, la media di uccisioni dei pescatori islandesi era di 100-200 esemplari all’anno. Numeri drasticamente ridotti dalle restrizioni adottate per contrastare l’emergenza Covid (un solo cetaceo ucciso nel 2021). Forse il colpo decisivo a un mercato oggettivamente fuori dal mondo, considerando peraltro il divieto globale imposto rispetto alla caccia di specie in estinzione. L’Islanda era infatti uno dei solo tre Paesi al mondo (con Norvegia e Giappone) a proseguire nell’incalzare le balene in mare aperto. Ora, almeno in teoria, tutto dovrebbe finire per sempre. Lasciando ai cetacei la possibilità di tornare a proliferare nell’Atlantico del nord e a mantenere il loro ruolo negli equilibri degli ecosistemi marini. Come è giusto che sia.