Per quanto possano essere condivisi con altri, i beni dell’eredità possono essere oggetto di pignoramento. Ma le “strategie” per difenderli non mancano.

Eredità creditori
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Le dispute legate all’eredità non sono la sola variabile alla quale prestare attenzione. Molto, infatti, dipende dalla condizione economica degli eredi che, a fronte di alcuni debiti, potrebbero incorrere in spiacevoli conseguenze già prima di ottenere il lascito. E questo non riguarderebbe unicamente un erede ma tutti coloro che figurano fra i beneficiari. I quali, di fatto, subirebbero un cosiddetto pregiudizio dalla situazione del co-ereditario. In pratica, gli eventuali beni lasciati in eredità potrebbero finire pere essere pignorati, anche se ancora in comunione. Questo perché l’eventuale ricavato sarebbe utilizzato per saldare parte o la totalità del debito accumulato.

Non solo. Gli eventuali beni pignorati, ad esempio gli immobili, potrebbero finire a un’asta giudiziaria. Sta di fatto che, qualunque sia la strategia, qualora vi fossero dei cointestatari dell’eredità, l’eventuale cifra acquisita dalla vendita di un bene pignorato andrebbe spartita fra creditore e co-ereditieri, proporzionalmente alle rispettive quote spettanti. Detto questo, viene quantomeno naturale chiedersi se la quota di eredità possa essere in qualche modo protetta da eventuali pignoramenti, a fronte di un debito accumulato e difficilmente estinguibile con le sole proprie forze economiche.

Debiti pregressi: come proteggere l’eredità dai creditori

Una delle “strategie” possibili, in questo senso, è quella di convincere il coerede soggetto a possibile pignoramento a rinunciare all’eredità. Non è chiaramente facile. Tuttavia, in questo caso, non essendo mai passati a lui i beni in questione non potrebbero essere soggetti a ripercussioni. Qualora acconsentisse, gli altri eredi compenseranno in altri modi (magari con un comodato d’uso o cose simili). La procedura di contestazione da parte del creditore è comunque consentita a livello legislativo. L’azione in questione è la cosiddetta revocatoria, volta a rendere inefficace la rinuncia ai beni dell’eredità. Si tratta però di una procedura lunga e piuttosto costosa, esercitabile peraltro in cinque anni. Il creditore dovrà infatti dimostrare che il debitore non possedeva altri beni effettivamente pignorabili.

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Va precisato che l’accettazione dell’eredità è irrevocabile, mentre la rinuncia non lo è. In sostanza, in un secondo momento, l’erede in questione potrebbe tornare a far valere i suoi diritti sul dividendo. Una situazione che si verifica soprattutto nel momento in cui il debito figura nei confronti del Fisco e la notifica arriva tramite cartelle esattoriali. La revoca della rinuncia potrebbe avvenire nel caso di prescrizione delle cartelle stesse ma solo in dei casi specifici. Non dovranno infatti essere decorsi più di 10 anni dall’apertura della successione e l’eredità non dovrà essere stata già tutta assegnata. Altra possibilità riguarda il posticipo dell’accettazione. Ovvero, attendere nell’accettare il dividendo in questione. In questo modo, infatti, il creditore non potrà rivalersi sulla quota. Il periodo di accettazione è piuttosto lungo: tale passo, infatti, può essere compiuto entro 10 anni. Solo 3 mesi, però, se l’erede è nel possesso dei beni. Ad esempio nel caso di un convivente.