Un racket milionario, messo in piedi truffando sul Reddito di Cittadinanza. Frasi scioccanti da parte di una donna, esponente di un clan gipsy della Romania.

Polizia truffa reddito
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Ottanta milioni di euro di truffa, tutto sul Reddito di Cittadinanza. Il blitz della Guardia di Finanza, nei giorni scorsi, ha di fatto debellato una presunta organizzazione criminale che mirava, fra le altre cose, a fornire l’agevolazione a cittadini romeni mai stati in Italia. Anche i media carpatici hanno affrontato l’argomento, aggiungendo alcuni dettagli inquietanti sul cosiddetto “circuito parallelo di erogazione” della misura di sostegno al Reddito. Fra i “protagonisti” della vicenda, come riferito da Repubblica, emergerebbe la figura di tale Izabela Stelica, immortalata in alcuni filmati circolati sui social network, intenta a maneggiare del denaro e a inveire contro presunti nemici.

Alcune frasi estrapolate lasciano di sasso, specie perché pronunciate probabilmente in riferimento ai soldi incassati grazie al racket del Reddito di Cittadinanza. Soldi illeciti che, secondo la donna, avrebbero potuto essere utili “per seppellire” i suoi nemici. Tale personaggio, secondo i media romeni, sarebbe un esponente di un clan gipsy piuttosto noto, stanziato nella zona meridionale del Paese. Il quale, un anno fa circa, salì alle cronache per aver celebrato il funerale di un congiunto del capoclan nonostante le restrizioni. Un corteo poi interrotto dalla Polizia.

Truffa del Reddito di Cittadinanza, nuovi elementi dalle indagini

L’operazione della Guardia di Finanza ha portato all’arresto di numerose persone. La truffa, però, era già andata avanti per diverso tempo, accumulando una cifra impressionante grazie ai proventi illeciti. Il Reddito di Cittadinanza veniva di fatto elaborato sulla base di codici fiscali e altra documentazione fittizia presentata agli uffici competenti, a quanto pare con minacce agli inservienti che si annusavano puzza di bruciato. La donna in questione, da par suo, avrebbe tenuto sotto scacco un ufficio di Milano, attraverso la gestione addirittura di 70 pratiche, risultate poi false. Un dipendente del Caf, interpellato da Repubblica, ricorda una scena messa in atto, tramite urla e confusione, all’interno dell’ufficio da parte della donna, poi tranquillizzata in merito all’evasione delle pratiche. La furia sarebbe scaturita a seguito della comunicazione dell’impossibilità di espletare la pratica per un numero così ampio di nominativi.

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La sceneggiata sarebbe stata messa in atto tramite minacce e insulti in lingua straniera per diversi minuti, prima che la donna andasse via. La mattina successiva, l’esterno della sede del Caf avrebbe subito dei danneggiamenti, fra i quali la rimozione dell’insegna. Una seconda scena sarebbe avvenuta il giorno successivo, quando un uomo imponente, come riferito ancora dall’inserviente, si sarebbe presentato con in tasca un cacciavite iniziando a urlare e ad arrabbiarsi. Ancora una volta, il motivo era l’impossibilità di espletare le richieste. Un atteggiamento intimidatorio a tutti gli effetti.