L’Inps riconosce un contributo per chi soffre condizioni di invalidità, anche nel caso in cui svolga piccole mansioni lavorative. Scampato il pericolo?

Invalidità assegno
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Una potenziale novità, durata giusto il tempo di sollevare qualche sentita polemica. L’invalidità civile continuerà a essere riconosciuta anche a coloro che svolgono un’attività lavorativa di supporto al reddito. A sentirla così, in pratica, non cambia nulla. Eppure, fino a qualche settimana fa, il cambio di rotta dell’Inps aveva fatto sobbalzare le associazioni di categoria, pronte ad alzare le proprie barricate per garantire anche a chi soffre di invalidità il diritto a una prestazione lavorativa proporzionata alla propria condizione. Un modo per favorire l’inclusione oltre che il sostegno di un reddito che, perlopiù, si attesterebbe a livelli bassi anche in virtù dell’assegno.

In sostanza, un’interpretazione ambivalente della legge 118. Teoricamente, il requisito dell’inoccupazione risulterebbe necessario per l’assegnazione del contributo. Non così in merito all’incollocamento, che invece sarebbe consentito. La scelta di reintegrare i lavoratori in condizione di invalidità scioglie definitivamente il nodo. Anche se, naturalmente, il tutto dovrà passare attraverso il setaccio sulla Manovra 2022. La sensazione è che tutto resterà come prima, anche se la possibilità della Legge 104 resta fattibile nel caso non dovesse filare tutto come previsto.

Assegno di invalidità: a chi spetta il contributo

Al momento, con il passo indietro dell’Inps, le regole restano quelle adottate fin qui. L’assegno di invalidità civile viene riconosciuto ai cittadini che versano in tale condizione in misura tale da non poter condurre in maniera autonoma la propria vita, sia professionalmente che nel quotidiano. Per invalidità, si intendono minorazioni congenite e/o acquisite, esiti permanenti delle infermità, sia fisiche che psichiche, o una riduzione permanente della capacità lavorativa. Rientrano nel novero dell’assegno, tutti coloro che soffrono di sordità, cecità o condizioni di tetraplegia o paraplegia. Inclusi anche chi ha subito mutilazioni o amputazioni.

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Tutto, naturalmente, deve essere regolato da certificazioni attestanti lo status dei beneficiari. Dovrà in sostanza essere dimostrato di aver subito in maniera involontaria dei danni, sia fisici che eventualmente psichici, in modo permanente. Tale da non consentire di condurre in maniera autonoma e appieno la propria vita civile, sia lavorativa che quotidiana. Sarà una commissione medica apposita a stabilire non solo l’effettiva presenza della condizione di invalidità ma anche la percentuale attribuibile, fino a un massimo del 100% per i casi più gravi. Un’indennità che ora sembra destinata a restare anche per chi svolge delle piccole attività lavorative, come detto proporzionali alla propria condizione. Spesso, infatti, si tratta di impieghi di pochissime ore, quasi per nulla determinanti ai fini del reddito ma comunque importanti per evitare di ritrovarsi sulla soglia della povertà.