Clienti e lavoratori sconvolti. Ma la decisione che arriva da Burbank è insindacabile. I Disney Store chiudono e la società punta sulla vendita online.

Disney store chiusura
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Le cessazione di un’attività non è mai un mero atto formale. Per quanto i gestori possano avere le loro ragioni finanziarie, un esercizio commerciale è un meccanismo fatto innanzitutto di persone, che offrono la propria professionalità affinché l’ingranaggio giri sempre alla perfezione. Per garantire il suo successo e, implicitamente, il benessere familiare che deriva dal compenso. In pratica, è interesse di tutti che ogni cosa funzioni bene. Ma non si tratta solo di questo. L’insegna di un negozio, specie se un grande nome, identifica la mission stessa che esso si propone. E l’apporto delle persone, è anche quello che arriva dai clienti.

Per questo la chiusura in serie dei Disney Store lascia interdetti. Perché nell’operazione decisa da Burbank c’è tutto: scelta di marketing, la fine del lavoro dei dipendenti (ricollocati in extremis), di un marchio a suo modo storico e, soprattutto, del contatto diretto fra le persone e il sogno. Sì, perché non tutto può essere ridotto a una mera operazione di acquisto. Il segreto della Disney è sempre stato quello di riuscire a materializzare la fantasia, offrendo un contatto visivo fra il pubblico e le creazioni di una mente libera. Qualcosa che la vendita online, scelta dall’azienda per il futuro, ancora non può offrire.

Disney Store, tutto finito: la magia passa online

Per carità, una scelta legittima. Il commercio online raggiunge tutti, probabilmente amplifica le possibilità di vendita e accorcia la distanza fra venditore e cliente. Ma il problema è proprio qui. Per la Disney, forse, non ce n’era bisogno. Il Disney Store significava, in qualche modo, portare il mondo fiabesco eppure così terreno della fantasia alla portata di tutti. Bambini, certo, ma anche adulti. Vedere coi propri occhi, toccare con mano, respirare per qualche minuto un universo parallelo, fatto di felicità e spensieratezza. Quasi una tappa obbligata, anche senza acquisti. Chissà, forse la scelta va letta in questo senso: rinunciare al lato romantico del sogno di Walt per potenziare l’aspetto commerciale della faccenda. Del resto, il contraccolpo della pandemia si era fatto sentire anche per la catena inaugurata a Glendale nel 1987. Eppure, almeno per quanto riguarda l’Italia, i sindacati garantiscono che i conti non fossero in rosso.

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Da Milano a Roma, fino a Napoli e ancora oltre. Quindici punti vendita che abbasseranno le serrande, chiudendo per sempre il quarto d’ora occhi negli occhi con Topolino e il suo mondo. Una decisione insindacabile, da parte di un’azienda che ha già iniziato a lavorare in un’altra direzione. Disney + ne è un esempio. Lo streaming che si fa prossimo, offrendo tutto il pacchetto dell’universo disneyano nello spazio che intercorre fra il costo di un abbonamento e il click su un telecomando. Una mossa sagace. Ma il filtro resta sempre quello dello schermo e nemmeno quello di celluloide. Lo stesso che occorrerà per portarsi a casa il proprio peluche preferito. Senza più il gusto di sceglierlo toccandolo prima con mano. Del resto, come diceva Walt, “se potete sognarlo, potete farlo”. E no, sulla rete non è la stessa cosa.