Irreperibile dal 1993, Messina Denaro risulta uno dei latitanti più pericolosi del mondo e il boss più influente di Cosa nostra. Una storia che gronda sangue.

Matteo Messina Denaro
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Svanito nel nulla dal 1993, il nome di Matteo Messina Denaro è tornato a occupare le cronache nazionali poche ore fa, quando un’operazione di controllo si è intensificata in diverse zone della Sicilia. Ben 150 agenti coinvolti, appartenenti alle Squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento, messe in campo per rintracciare il boss di Cosa nostra, ritenuto uno dei più pericolosi latitanti a livello internazionale. Pochissime tracce negli ultimi ventotto anni, qualche segnalazione ma nessun indizio vero e proprio. Le recentissime perquisizioni in Sicilia hanno riguardato favoreggiatori e affiliati già inseriti nel filone delle indagini, ma a quanto sembra anche i cosiddetti “insospettabili”, persone apparentemente fuori dal giro delle cosche ma che potrebbero essere al corrente di informazioni.

Qualunque sia la direzione delle indagini, non è in alcun modo certo che Messina Denaro si trovi in Sicilia, né in Italia. L’unico sospetto che anima la ricerca riguarda i contatti che, probabilmente, potrebbe continuare a mantenere sul suo territorio d’origine. Suo e di suo padre, Francesco (meglio noto come don Ciccio), a capo del clan di Castelvetrano durante gli anni Ottanta. Mandamento che Matteo Messina Denaro erediterà a partire dagli anni Novanta, al culmine di una carriera criminale grondante di sangue. Ritenuto responsabile di un ingente numero di esecuzioni, nel 1992 fu tra le persone che composero il gruppo di fuoco dei mafiosi di Brancaccio e del Trapanese. Il quale fu inviato a Roma con l’obiettivo di uccidere Giovanni Falcone e l’allora ministro Claudio Martelli.

Messina Denaro: la latitanza e il presunto patrimonio

Considerato responsabile di reati atroci, fra i quali associazione mafiosa, strage, omicidio e devastazione, il suo nome è stato accostato ad alcuni fra i più feroci delitti di mafia. Al 21 ottobre 2020 risale una condanna all’ergastolo, da parte della Corte D’Assise di Caltanissetta, perché considerato fra i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Messina Denaro è ritenuto anche uno degli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, nel novembre 1993. Il quale verrà poi successivamente strangolato e sciolto nell’acido. Nel 1998, già latitante, la morte di suo padre Francesco lo pone a capo del mandamento di Castelvetrano. Rendendolo uno dei boss più influenti della provincia di Trapani e, dopo gli arresti di Riina e Provenzano, dell’intera Cosa nostra. Le ultime tracce di Messina Denaro risalgono all’estate del 1993, durante una vacanza a Forte dei Marmi trascorsa con i fratelli Graviano.

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L’ultima immagine è stata diffusa dal Tg2 e lo ritrae con quello che, presumibilmente, avrebbe dovuto essere il suo volto nel 2009. Anche su quest’ultimo indizio si basano le ricerche delle Forze dell’ordine, volte a mettere fine alla sua carriera criminale. La quale, secondo quanto si dice, lo avrebbe portato ad accumulare un vero e proprio tesoro grazie ai proventi delle sue attività illecite. Si parla addirittura di miliardi di euro, composti anche da beni oggi requisiti dallo Stato. Fra i quali ville, appartamenti e terreni, oltre a una corposa liquidità.