Il tema pensione sembrava indirizzato verso una riforma che, a oggi, ancora non c’è. Tuttavia, anche nel 2022 si uscirà dal lavoro.

Pensione
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Il rischio che la logica dell’intervento tampone vada a sostituire per troppo tempo l’urgenza della riforma è sempre più concreto. I tempi per il rinnovamento del sistema pensionistico potrebbero allungarsi ulteriormente, considerando che i tempi cominciano a essere non più tanto dilatati. Nel momento in cui venne determinata l’ultima Legge di Bilancio, la paventata riforma previo decreto dedicato sembrava la soluzione più immediata per assicurare un passaggio agevole al nuovo sistema. Al momento, la logica non sembra più essere questa. E di decreti di riferimento per ora non se ne vedono. Tanto che la strategia pensata inizialmente, ossia accompagnare il periodo di interregno fra la fine di Quota 100 e il nuovo schema pensioni, potrebbe trasformarsi in una situazione a lungo termine.

Possibile che anche la prossima Manovra proporrà un pacchetto ad hoc, ma la sensazione strisciante è che non si tratti di qualcosa di definitivo. Ossia, una riforma tanto strutturata quanto attesa, in grado di superare i limiti precedenti e imporsi come un modello equo soprattutto per chi i pensione rischia di non andarci mai. Quota 100 cesserà e, da questo punto di vista, sembrano essere tutti d’accordo. Una proroga non arriverà, piuttosto si procederà con una soluzione di passaggio. Sempre che successivamente arrivi qualcosa a rimpiazzare il fazzoletto provvisorio.

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Pensione, come si uscirà dal lavoro nel 2022

A questo punto, viene da chiedersi cosa succederà nel 2022. Ossia quando gli effetti di Quota 100 saranno cessati e ci saranno comunque dei lavoratori pronti per prendere congedo definitivo dal mondo del lavoro. In particolare, l’attenzione si focalizza sui nati nel 1954 e con almeno 20 anni di contributi, pronti alla pensione di vecchiaia. In questo caso varrà l’anzianità assicurativa solo se precedente al 1996. Per chi ha iniziato da quell’anno in poi, occorreranno i 67 anni di età e i 20 di contribuzione minima, con pensione pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale. Restano le pensioni anticipate, ovvero 42 anni e 10 mesi di lavoro per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. La prestazione, in questo caso, scatterà tre mesi dopo la decorrenza della pensione stessa.

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Per quanto riguarda Quota 41, la fruizione varrà solo in caso di parenti disabili a carico per un periodo di minimo 6 mesi o per chi possiede un’invalidità dal 74% in su. Ok anche a coloro che hanno cessato l’incasso della Naspi da 3 mesi almeno. Se Quota 100 andrà in soffitta, quasi certa la proroga di misure come Ape Sociale e Opzione Donna, anche se finora non si è discusso nel merito. Si ricorda che la pensione potrà essere accessibile a 30 anni di contributi qualora si svolgano lavori usuranti, raggiunta la soglia dei 66 anni e 7 mesi. A 67 anni, per determinate categorie lavorative, si andrà in pensione con 15 anni di contributi minimi.