Una disparità assurda quella emersa da un recente studio da parte della CGIA di Mestre. I dati raccolti parlano chiaro: il rapporto fisco italiano-colossi del Web è veramente intricato. I mancati introiti per l’erario nostrano ammontano a circa 7 miliardi di euro all’anno. A rimediare a tale inopinabile modus operandi sono le PMI, diventate ormai la vera spina dorsale che sorregge l’economia italiana.

L’anno di riferimento è il 2018. Secondo la CGIA, la pressione fiscale sulle PMI italiane ha raggiunto livelli di guardia con il 59,1% dei profitti. Invece, per la multinazionali del Web è soltanto del 33,1%. Per quale arcano motivo tale pressione è quasi la metà? Nello studio si legge che “la metà dell’utile viene tassato nei Paesi dove la pressione fiscale è notevolmente inferiore”.

La colpa è dell’Unione Europea, la quale ha permesso questa continua mobilità dei fattori produttivi e favorito la nascita dei cosiddetti “paradisi fiscali”. Lussemburgo e Olanda sono diventate le colonne portanti di questo sistema. A cosa serve, quindi, chiedere alla popolazione enormi sacrifici e ai governi l’austerità se poi sei complice di tale sistema? A Bruxelles dovrebbero chiederselo. Le PMI, ormai sobbarcate di oneri fiscali, rischiano di sparire e uccidere definitivamente un’economia che già boccheggia di suo.

Il “cattivo esempio” non arriva soltanto dai colossi del Web. Molte società italiane, tra cui FCA, Eni, Enel, Ferrero e Telecom, hanno pensato bene di trasferire la sede legale all’estero. “Grazie a queste operazioni, ineccepibili nell’ambito fiscale-societario”, scrive la CGIA, “la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia si è ridotta. Ad uscirne penalizzate sono le aziende di piccole dimensioni, impossibilitate a trasferirsi all’estero per ragioni economiche-finanziarie”.