La promessa ai contribuenti europei dopo la crisi finanziaria era semplice: non sarebbero più stati in prima linea nel salvataggio delle banche in fallimento. Invece, gli investitori dovrebbero chiudere il conto bancario quando la banca è in “zona rossa”.

Nel dicembre 2013 Michel Barnier, all’epoca alto funzionario dell’Unione Europea per la Regolamentazione Finanziaria, twittò quanto segue: “Da adesso in poi i contribuenti europei non saranno più i primi a pagare per gli errori bancari”. Questa dichiarazione avvenne subito dopo la conclusione dei negoziati politici sulla nuova legislazione.

In questi sei anni trascorsi, i governi hanno cercato in tutti i modi di eludere tale principio. Proprio questo mese, la Commissione Europea ha approvato il salvataggio della banca tedesca Norddeutsche Landesbank-Girozentrale di 3,6 miliardi di euro, mentre in Italia il governo ha approvato il salvataggio della Banca Popolare di Bari.

Dopo la crisi, l’UE concordò una serie di norme intese a trasferire l’onere ai proprietari e ai creditori delle banche in difficoltà, costringendole a subire perdite prima di ottenere l’autorizzazione a utilizzare fondi pubblici. Nella zona euro è stata creata un’agenzia per far fronte alle banche in fallimento, alle quali viene richiesto di emettere alcune tipologie di debito che possono essere convertite in azioni o svalutate in caso di problemi.

Da quando il quadro entrò pienamente in vigore nel 2016, le sue carenze sono diventate sempre più evidenti. Il Comitato di Risoluzione Unico, l’agenzia fallimentare dell’Eurozona, gestisce solo i casi più gravi, mentre il resto è trattato secondo le norme nazionali in materia di insolvenza. Queste sono molto diverse tra loro e possono aprire le porte ad interventi pubblici.

Nel complesso, l’esperienza evidenzia come i governi siano restii a lasciare il controllo di una banca in dissesto ad un’istituzione dell’UE e in che modo circostanze specifiche rendono politicamente indesiderabile applicare le parti più drastiche del toolkit.