Non è certamente positivo il fatto che le banche italiane detengano una quantità considerevole di BTP, che le rendono troppo sensibili alle oscillazioni dei prezzi dei titoli di Stato italiani e, di conseguenza, allo spread, ossia la differenza tra i rendimenti degli stessi ed i pari tedeschi. Quando questa differenza tende ad aumentare, è perché gli investitori reagiscono male spesso e volentieri, a volte in modo ingiustificato.

Venerdì scorso, dopo la crisi di governo aperta da Salvini, si è verificata la fuga dal rischio degli asset italiani. La conseguenza? Il rendimento del BTP decennale, in un solo giorno, è balzato dall’1,54 all’1,82%, lo spread cresciuto di 29 punti base arrivando a quota 240 e Piazza Affari ha “bruciato” il 2,48% grazie soprattutto alle azioni del settore bancario. C’è un però: secondo un’analisi di mercato, gli oltre 3 miliardi di capitalizzazione lasciati sul terreno si giustificano soltanto con la previsione di uno spread oltre i 92 punti base; in poche parole, il mercato si è spinto ben oltre, considerando lo spread Italia-Germania oltre i 300 punti.

Non è la prima volta che succede una cosa del genere. Spesso il mercato cerca di bruciare le tappe quando si trova di fronte ad un quadro macroeconomico in peggioramento, ma questa mossa “azzardata” non fa altro che creare eccessiva tensione sui titoli finanziari.  Ad uscirne penalizzati oltre i propri demeriti sono le banche, ma purtroppo è troppo stretto il legame esistente tra BTP italiani e BUND tedeschi da poterlo allentare.

Nel tentativo di coprire il rischio tassi, oltre all’utilizzo notevole di derivati, gli istituti bancari italiani nell’ultimo anno hanno cercato di “limare” l’eccessiva presenza di titoli di Stato nel portafoglio: 152,6 miliardi contro i 155,2 miliardi dello scorso anno. Dove sono finiti? Con molta probabilità, sono stati spostati nel bilancio sotto la dicitura “fair value at cost” per non essere valutati al prezzo di mercato e per non impattare sul patrimonio.