Le banche italiane sono in difficoltà. Rivoluzione tecnologica e debolezze ataviche le stringono in una morsa, costringendole a prendere decisioni anti-sociali. Secondo alcune indiscrezioni, nel prossimo piano quadriennale 2020-2023 di Unicredit sono previsti 2.500 tagli di personale all’anno, in pratica 10.000 totali. Pare però che, per non dare adito a proteste da ogni dove, si farà ricorso ai prepensionamenti. Chi li pagherà? I contribuenti italiani naturalmente.

Quindi, siamo di fronte ad una altro colpo di spugna dell’attuale colazione governativa, la quale in campagna elettorale accusava apertamente le banche italiane e chi li gestiva, ma poi ha fatto di tutto per salvare e garantirsi una certa percentuale di voti. Carige, dopo la rinuncia da parte dei trentini, rischia di saltare. D’altronde, coi costi che arrivano al 90% dei ricavi è molto improbabile che qualcuno si accolli una tale “disgrazia” finanziaria.

Certo, l’Italia non è il simbolo solitario di un settore bancario allo sfacelo. Tutte i principali istituti europei boccheggiano, uno su tutti Deutsche Bank, i cui costi previsti per una profonda ristrutturazioni sono veramente da capogiro: 7,4 miliardi di euro nei prossimi 3 anni, con 18.000 dipendenti messi alla porta. Sulla stessa scia ci sono Banco Santander, Société Générale e altre.

Per quanto riguarda la principale banca della Germania, non si tratta soltanto di una ristrutturazione alla base, ma di un totale cambiamento del business. In poche parole, la banca tedesca tornerà all’antico e abbandonerà definitivamente il mondo degli affari. Per le altre, si tratta di adeguarsi alle nuove tecnologie, soprattutto quelle che contemplano il web. Una trasformazione necessaria, considerando quanto sia attualmente serrata la concorrenza e quanto siano pochi i margini di profitti, causati da tassi d’interesse prossimi allo zero.