Se la zona euro vuole tornare a marciare, ci vogliono delle soluzioni nuove e ideali. Una di queste è la cosiddetta unione bancaria. Per questo motivo, di fronte alla crisi del debito sovrano, i leader europei hanno concordato di spostare la supervisione dei principali istituti di credito dell’UE alla BCE, creando un regolamento unico ed mettendo in essere fondi centralizzati per far fronte ad una possibile e futura crisi bancaria.

Nonostante il progetto abbia fatto dei significativi progressi, ci sono degli ostacoli. Politici e autorità di vigilanza nazionali vogliono limitare il potere d’azione della Banca Centrale Europea. La loro insistenza su soluzioni nazionali piuttosto che transfrontaliere è molto insistente. Secondo il loro volere, ogni Nazione deve affrontare da sola le difficoltà delle proprie banche.

Senza un programma di garanzia congiunta che restituisca il denaro che i correntisti hanno depositato presso gli istituti falliti, l’unione bancaria rimarrà relegata in un angolo. Allo stato attuale, sono più forti le forze centrifughe di quelle che spingono verso una maggiore integrazione.

La paura maggiore è quella di trasferire i poteri ai tecnocrati, che siano quelli di Bruxelles o di Francoforte non ha importanza. In più, il potere di vigilanza della BCE diventerebbe ancora più invasivo.

Prima del suo pensionamento, avvenuto il mese scorso, Ignazio Angeloni, ormai ex membro della Supervisory Board della BCE, ha dichiarato che “la sovranità nazionale apparentemente contraddice la logica dell’unione bancaria, la quale implica il trasferimento di alcune funzioni politiche nazionali in ambito sovranazionale”.

Sfide difficili attendono quindi chi spinge per l’unione bancaria. Non solo i populisti tendono a respingere il progetto. In Italia, i governi di centro-destra precedenti e Bankitalia hanno ripetutamente contestato le norme che governano i fallimenti bancari, in particolare il principio secondo cui gli obbligazionisti dovrebbero subire delle perdite.

Inoltre, i leader europei hanno mostrato quella incapacità nel dare un’accelerata al completamento dell’unione bancaria, lasciando bloccato il progetto in una sorta di terra di mezzo. Anche se, alla fine del 2018, il Consiglio europeo ha rafforzato il Fondo di risoluzione unico, ossia quello utilizzato per aiutare la liquidazione di una banca, il pool resta troppo esiguo per affrontare una crisi sistemica.